Dopo settimane di silenzio strategico, Mediaset ha rotto gli indugi. La risposta alla nuova puntata di Falsissimo pubblicata da Fabrizio Corona su Youtube è arrivata con la forza di un comunicato che non lascia spazio a interpretazioni. L’azienda della famiglia Berlusconi ha scelto parole durissime per contrastare quelle che definisce “menzogne, falsità e insinuazioni prive di qualsiasi fondamento“. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’ultimo episodio del format web dell’ex re dei paparazzi, in cui Corona ha esteso i suoi attacchi oltre Alfonso Signorini, coinvolgendo l’intera struttura aziendale milanese e la stessa famiglia Berlusconi. Una escalation che ha spinto la società quotata in Borsa a prendere posizione pubblicamente, rivendicando il proprio “impegno a tutelare le persone, gli artisti, i professionisti coinvolti e tutta l’azienda in ogni sede competente“.
Il Tribunale di Milano aveva già deciso di bloccare le nuove rivelazioni su Falsissimo, obbligando Corona a ritirare tutto il materiale pubblicato che aveva come protagonista il direttore del Grande Fratello: chat, video, foto che avevano alimentato per giorni il dibattito sui social e sui media tradizionali. Ma Corona ha scelto di non fermarsi, pubblicando comunque nuovo materiale e spostando il bersaglio verso obiettivi più ampi. La nota ufficiale di Mediaset non si limita a difendere la reputazione aziendale. Va oltre, tracciando una linea netta tra libertà di espressione e quella che viene definita “libertà di diffamazione, di gogna mediatica o di sistematica distruzione delle persone“. Una distinzione che l’azienda ritiene fondamentale in un momento storico in cui i confini tra informazione, opinione e attacco personale appaiono sempre più sfumati.
“Quanto diffuso nelle ultime ore sul web e sulle piattaforme social non solo non ha nulla a che vedere con la verità ma nemmeno con il giornalismo, con il diritto di cronaca o con la libera manifestazione del pensiero“, si legge nel comunicato. Parole che puntano a delegittimare il formato stesso di Falsissimo, negandogli lo statuto di prodotto giornalistico e riducendolo a operazione di puro intrattenimento scandalistico. Ma è nella parte finale della nota che Mediaset affonda il colpo più duro, andando al cuore del modello di business di Corona: “Siamo di fronte a un metodo che normalizza l’odio e la violenza verbale, alimentando un clima di disprezzo non solo per la verità ma anche per la dignità umana. Questo non è informare. Questo non è denunciare. Questo è monetizzare e lucrare attraverso l’insulto“.
L’accusa è pesante e circostanziata: secondo Mediaset, dietro la retorica della denuncia e della verità nascosta si celerebbe un meccanismo economico che sfrutta l’indignazione e la curiosità morbosa del pubblico per generare visualizzazioni, condivisioni e, in ultima analisi, profitti. Un’accusa che tocca il nervo scoperto di un intero ecosistema mediatico fatto di rivelazioni, dietrologie e contenuti virali costruiti sul conflitto permanente. La vicenda affonda le radici nel caso Signorini, quando Corona aveva diffuso sul suo canale Youtube materiale che parlava di un presunto “sistema Signorini” legato a favori sessuali per l’accesso al Grande Fratello. Accuse gravissime che avevano coinvolto “in modo vergognoso anche le famiglie” delle persone tirate in ballo, come sottolineato da Mediaset nella sua replica.
Il Tribunale di Milano era intervenuto con un provvedimento d’urgenza per bloccare la diffusione di ulteriori contenuti diffamatori, ma la decisione giudiziaria non ha fermato Corona, che ha invece scelto di alzare il tiro e ampliare il campo di battaglia. Una strategia che, secondo l’interpretazione di Mediaset, conferma la natura non informativa ma puramente provocatoria dell’operazione. Sulla questione sono intervenuti anche l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, con una dichiarazione congiunta del presidente nazionale Odg Carlo Bartoli e della segretaria generale Fnsi Alessandra Costante. I due rappresentanti delle categorie professionali si sono detti soddisfatti per il verdetto del Tribunale di Milano, che secondo loro “conferma come non esista il diritto a diffamare e che pure influencer e personaggi di spicco della rete devono rispettare la legge“.
Una presa di posizione che segna un punto importante nel dibattito sui confini della libertà di espressione nell’era digitale. Se da un lato i social network e le piattaforme di video hanno democratizzato l’accesso alla creazione e diffusione di contenuti, dall’altro hanno generato zone grigie in cui figure non propriamente giornalistiche operano con formati che mimano l’informazione senza sottoporsi ai vincoli deontologici e legali che regolano la professione. La battaglia legale tra Mediaset e Corona si preannuncia lunga e probabilmente ricca di colpi di scena. Da una parte un colosso televisivo con risorse legali importanti e la reputazione da difendere di una società quotata in Borsa. Dall’altra un personaggio che ha fatto della provocazione e dello scandalo il proprio marchio di fabbrica, costruendo negli anni un seguito digitale che lo rende economicamente autonomo dai circuiti mediatici tradizionali.
Quello che è certo è che questa vicenda rappresenta un test importante per definire cosa sia lecito e cosa no nel nuovo ecosistema informativo. Dove finisce il diritto di cronaca e dove inizia la diffamazione? Quale responsabilità hanno le piattaforme che ospitano questi contenuti? E soprattutto: quale modello di informazione vogliamo sostenere come società? Le settimane che verranno probabilmente porteranno nuovi sviluppi, tra aule di tribunale e video su Youtube. Mediaset ha dichiarato che tutelerà “in ogni sede competente” la propria reputazione e quella delle persone coinvolte. Corona, dal canto suo, ha dimostrato più volte di non essere intimorito da battaglie legali e probabilmente continuerà sulla sua linea, forte del sostegno di una parte del pubblico che vede in lui un outsider coraggioso contro il sistema.



