L’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Netflix continua a scuotere Hollywood e non solo. Mentre il settore cinematografico trattiene il fiato, Ted Sarandos, CEO del colosso dello streaming, è costretto a fare marcia indietro rispetto ad alcune dichiarazioni del passato. In un’intervista al New York Times, Sarandos ha messo nero su bianco una promessa che molti aspettavano: i film Warner Bros manterranno una finestra esclusiva di 45 giorni nelle sale prima di approdare sulla piattaforma streaming. Una garanzia che arriva dopo settimane di speculazioni, voci allarmistiche e battaglie su più fronti. Perché Netflix, il simbolo stesso della rivoluzione digitale che ha cambiato per sempre il modo di consumare contenuti, si trova ora a dover rassicurare un’industria che l’ha sempre vista come una minaccia esistenziale.
La notizia è tutt’altro che marginale. Nelle scorse settimane aveva preso piede una voce che aveva gelato il sangue agli esercenti e agli appassionati: si parlava di una finestra ridotta a soli 17 giorni tra l’uscita in sala e la disponibilità in streaming. Un lasso di tempo ridicolo, che avrebbe di fatto cannibalizzato il boxoffice e svuotato le sale nel giro di due weekend. Sarandos smentisce categoricamente e rilancia con una cifra precisa: 45 giorni, lo standard minimo che le associazioni degli esercenti americani considerano accettabile, ben lontano dai 90 giorni che erano la norma fino a pochi anni fa.

Ma chi si oppone a questa acquisizione e perché? Gli attacchi arrivano da tre direzioni diverse. Il primo fronte è quello della guerra tra major: Paramount Skydance non ha digerito il fatto che il board di Warner Bros abbia preferito l’offerta di Netflix alla loro e sta dando battaglia con tutti i mezzi. Il secondo fronte è quello del settore: diverse catene cinematografiche hanno inviato una richiesta formale al Congresso per bloccare l’acquisizione, sostenendo che distruggerà il cinema tradizionale in favore dello streaming. Il terzo, più recente e politicamente esplosivo, vede protagonista Donald Trump che ha condiviso su Truth un editoriale alt-right di One America News, accusando Netflix di monopolio culturale e appellandosi al presidente per fermare l’accordo. Non è un dettaglio irrilevante che gli Ellison, proprietari di Paramount Skydance, siano molto vicini a Trump.
Ted Sarandos si destreggia tra le critiche con la diplomazia di chi sa di trovarsi nel mirino. Sulla condivisione del presidente minimizza: “Non so perché l’abbia fatto, non voglio nemmeno leggerci troppo“. Sulla battaglia di Paramount è più diretto: “L’unica alternativa a nessun accordo è il nostro contratto firmato“. Ma è sul futuro del cinema che Sarandos gioca la carta più importante, quella che deve convincere il settore che Netflix non è il nemico. Il CEO di Netflix cerca anche di correggere alcune sue dichiarazioni passate che avevano fatto scalpore. Quando aveva definito il cinema “fuori moda“, l’industria era insorta. Ora Sarandos precisa: “Dovete citarmi in modo corretto. Dissi fuori moda per alcuni“. E spiega: “La città in cui si svolge I peccatori non ha un cinema. Per quelle persone è di certo un concetto datato. Non ti metti in macchina per andare al cinema in un’altra città. Ma mia figlia vive a Manhattan, può arrivare a piedi a sei multisala, va al cinema due volte alla settimana. Per lei non è affatto fuori moda“.

Una distinzione geografica e culturale che riflette la complessità del mercato americano, ma che sottende anche una filosofia aziendale: Netflix non è mai stata contro il cinema, semplicemente non ne aveva bisogno finché lo streaming produceva risultati strabilianti. Ora che l’acquisizione è praticamente cosa fatta, il discorso cambia radicalmente. “Quando questo accordo si concluderà, possederemo un motore di distribuzione cinematografica fenomenale, che genera miliardi di dollari di incassi che non vogliamo mettere a rischio“, ha dichiarato Sarandos. “Gestiremo quell’attività in gran parte come la gestiamo oggi, con finestre di 45 giorni“. E poi aggiunge, con un’enfasi che suona quasi sorprendente per chi conosce la storia di Netflix: “Voglio vincere al primo weekend in sala. Voglio vincere al boxoffice“.
Sono parole che rappresentano un cambio di paradigma. Netflix, che per anni ha sfidato il modello tradizionale distribuendo i propri film direttamente in streaming, ora abbraccia la logica del botteghino. Non per ideologia, ma per pragmatismo economico. Le analisi interne dell’azienda hanno rivelato che il business cinematografico si è dimostrato più solido e redditizio del previsto. Perché cambiare qualcosa che funziona? A rafforzare questa tesi ci sono i risultati positivi ottenuti con le proiezioni evento, come la distribuzione speciale del finale di Stranger Things o le uscite limitate di titoli selezionati. “Se dai alle persone un motivo per uscire di casa, saranno felici di farlo“, sottolinea Sarandos. Una verità che il cinema conosce da sempre, ma che Netflix sta scoprendo solo ora.

Rimangono tuttavia zone d’ombra e domande aperte. Quando Sarandos parla di 45 giorni, si riferisce al passaggio diretto sui servizi in abbonamento o al noleggio premium, solitamente disponibile dopo questo lasso di tempo con prezzi intorno ai 20 dollari? La differenza non è di poco conto, perché nel primo caso la promessa sarebbe molto più vantaggiosa per gli esercenti, nel secondo si tratterebbe comunque di una forma di concorrenza anticipata. E poi c’è il futuro nel lungo periodo. Netflix non ha mai escluso che le finestre di uscita possano diventare “molto più adatte ai consumatori“, formula elegante per dire: più brevi. Una prospettiva che continua a tenere in allerta l’industria cinematografica, consapevole che le promesse di oggi potrebbero tramutarsi nelle eccezioni di domani.
Per ora, comunque, l’accordo sembra destinato a concretizzarsi. Nonostante le resistenze di Paramount, le preoccupazioni degli esercenti e le bizze politiche, Netflix si prepara a diventare proprietaria di uno degli studios più iconici di Hollywood. Con tutto il suo catalogo storico, i suoi franchise miliardari, le sue infrastrutture di produzione e distribuzione. Una trasformazione che ridefinirà gli equilibri dell’intero settore. I 45 giorni promessi da Ted Sarandos sono una garanzia o un compromesso temporaneo? È la domanda che aleggia nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Gli esercenti sperano nella prima opzione, temono la seconda. Il pubblico, intanto, osserva e attende. Perché alla fine, come sempre, sarà il comportamento degli spettatori a decidere il futuro del cinema. Non le dichiarazioni dei CEO, non le battaglie legali, non gli appelli politici. Solo il numero di biglietti venduti, weekend dopo weekend, film dopo film.



