Quando il capo di gabinetto della Casa Bianca decide di parlare, il mondo si ferma ad ascoltare. Quando quel capo di gabinetto è Susie Wiles, la donna che Donald Trump definisce “la più potente del mondo“, e le sue parole finiscono su Vanity Fair con dichiarazioni esplosive sul carattere del presidente, allora si scatena una tempesta perfetta di polemiche, smentite e tensioni che squarciano il velo sulla vita quotidiana nell’amministrazione più chiacchierata d’America. La vicenda che ha dominato le cronache politiche americane nelle ultime ore ha tutti gli ingredienti di un thriller: interviste registrate, citazioni controverse, accuse di manipolazione giornalistica e una difesa a ranghi serrati che rivela quanto fragili possano essere gli equilibri al vertice del potere statunitense.
Al centro della bufera c’è un lungo articolo in due parti pubblicato da Vanity Fair il 16 dicembre, costruito su una serie di interviste condotte nell’arco dell’ultimo anno con Susie Wiles. La rivista americana ha utilizzato questi colloqui come filo conduttore per un ritratto dell’entourage presidenziale che è risultato tutt’altro che lusinghiero. E la frase che ha fatto esplodere il caso è quella in cui Wiles paragona Trump a un “alcolista ad alto funzionamento” sul piano della personalità, pur essendo lui notoriamente astemio. Secondo quanto riportato, Wiles avrebbe spiegato che il presidente “agisce con l’idea che non c’è nulla che non possa fare. Nulla, zero, niente“. Un’affermazione che collega alla propria storia personale: avendo avuto un padre alcolista, il celebre telecronista sportivo Pat Summerall con gravi problemi di dipendenza, si considera “un po’ esperta” nel gestire “grandi personalità“. È un parallelo audace, che traccia un profilo psicologico del presidente basato su comportamenti compulsivi e un senso di onnipotenza.
Ma le dichiarazioni attribuite a Wiles non si fermano qui. Il vicepresidente JD Vance viene definito un “complottista” di lungo corso, la cui conversione da critico feroce di Trump a suo alleato sarebbe stata motivata “un po’ più politicamente” rispetto ad altri, visto che si stava candidando al Senato. Una stilettata che mette in discussione l’autenticità della sua lealtà. Elon Musk, il miliardario tech diventato figura chiave dell’amministrazione, viene liquidato come un “tipo strano“, un “consumatore dichiarato di ketamina” le cui azioni non sono sempre state “razionali” e che in molti casi l’hanno lasciata “sgomenta“. Un giudizio particolarmente significativo considerando il ruolo di Musk nell’operazione di tagli alla spesa pubblica.
E ancora: il ministro della Giustizia Pam Bondi avrebbe “completamente toppato” nella gestione del dossier Jeffrey Epstein, con raccoglitori consegnati a influencer conservatori “pieni di niente” e una famosa lista di clienti che, secondo Wiles, non esisterebbe affatto. Russell Vought, coautore del controverso Project 2025 e capo dell’ufficio gestione e bilancio, viene bollato come “fanatico di destra assoluto“. Uno degli aspetti più delicati riguarda le accuse di vendetta politica. Wiles avrebbe ammesso che “può esserci un elemento” di ritorsione nelle iniziative giudiziarie contro avversari considerati nemici, concedendo che dall’esterno “può sembrare vendicativo“. Tra gli esempi citati, il caso dell’ex direttore dell’FBI James Comey e le accuse di frode contro la procuratrice generale di New York Letitia James. Su un altro fronte scottante, quello dei legami tra Bill Clinton e Jeffrey Epstein, Wiles avrebbe riconosciuto che non ci sono prove a sostegno delle accuse di Trump e che su questo punto il presidente “si sbagliava“. Un raro caso di contraddizione frontale.
La reazione non si è fatta attendere. A pubblicazione avvenuta, Wiles ha denunciato su X “un articolo accusatorio presentato in modo disonesto” che dipinge “un ritratto caotico e negativo” del presidente e del suo team. Ha sostenuto che le sue parole siano state estrapolate dal contesto, con passaggi rilevanti omessi per costruire una narrazione negativa. L’autore dell’articolo, Chris Whipple, ha però respinto le accuse, ribadendo che tutti i colloqui erano registrati e difendendo la correttezza del lavoro giornalistico. La Casa Bianca si è schierata compatta a difesa di Wiles. La portavoce Karoline Leavitt ha definito l’articolo “purtroppo un altro esempio di giornalismo disonesto, in cui un giornalista ha estrapolato le parole del capo dello staff dal loro contesto“. Ha sottolineato che c’è “un’ondata di sostegno da parte delle persone a Capitol Hill” nei confronti di Wiles, aggiungendo che Trump “è stato in grado di realizzare così tanto grazie alla sua leadership e alla sua tenacia“.
Anche JD Vance, nonostante le critiche ricevute, è intervenuto in sua difesa durante un comizio in Pennsylvania: “Non l’ho mai vista essere sleale, è esattamente la stessa persona, che il presidente sia lì o meno“. Ha però riconosciuto l’esistenza di alcuni “disaccordi” tra loro, lasciando intendere che non tutto nell’articolo fosse completamente inventato. Trump stesso, intervistato dal New York Post, ha minimizzato la vicenda e difeso la sua capo di gabinetto: “Ha fatto un lavoro fantastico“. Ha persino ammesso di avere un temperamento “possessivo e di tipo dipendente“, sostenendo di aver usato lui stesso in passato descrizioni simili di sé. Una mossa abile per disinnescare la bomba mediatica senza sacrificare una delle sue collaboratrici più fedeli.
La vicenda è significativa per diversi motivi. Innanzitutto, Susie Wiles è nota per essere una figura che rifugge i riflettori, attenta a non esporsi pubblicamente. È stata soprannominata “la donna di ghiaccio” proprio per la sua capacità di mantenere il controllo e la discrezione. Per questo, la pubblicazione di valutazioni così dirette e potenzialmente dannose ha acceso allarme e curiosità a Washington. Come sia potuto accadere che una professionista così navigata abbia concesso interviste così esplicite resta uno dei misteri della vicenda. In secondo luogo, l’episodio solleva interrogativi sulla tenuta interna dell’amministrazione. Wiles è la prima donna a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto della Casa Bianca e ha mantenuto la fiducia di Trump molto più a lungo dei suoi predecessori durante il primo mandato, spesso travolti da conflitti e licenziamenti improvvisi. La sua forza è stata quella di gestire la West Wing in maniera efficiente senza cercare di limitare gli impulsi del presidente, un equilibrio delicatissimo che le ha permesso di sopravvivere dove altri sono caduti.



