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Ci sono amicizie che il potere trasforma, e quella tra Josh Brolin e Donald Trump sembra essere una di queste. L’attore californiano, volto iconico di Hollywood conosciuto per ruoli che spaziano da Thanos nell’universo Marvel a Gurney Halleck in Dune, ha deciso di aprirsi pubblicamente sul suo rapporto passato con il presidente degli Stati Uniti. Le sue parole, rilasciate in un’intervista all’Independent per promuovere il nuovo capitolo della saga Knives Out, rivelano una prospettiva inedita su uno degli uomini più discussi del pianeta.

Non ho paura di Trump“, dichiara Brolin senza mezzi termini. “Perché anche se dice che resterà per sempre, semplicemente non accadrà. E se dovesse succedere, affronterò quel momento quando arriverà“. L’attore costruisce il suo ragionamento su un’esperienza diretta che pochi altri nel mondo dello spettacolo possono vantare: “Essendo stato amico di Trump prima che diventasse presidente, conosco un’altra persona“. L’incontro tra i due risale al 2009, durante le riprese di Wall Street: Money Never Sleeps, il sequel del classico di Oliver Stone con Michael Douglas. Brolin interpretava Bretton James, un trader senza scrupoli nel mondo della finanza post-crisi del 2008, mentre Trump aveva accettato di girare un cameo che però non sopravvisse al montaggio finale. Quella giornata sul set, tuttavia, lasciò un’impressione duratura sull’attore, che oggi osserva la metamorfosi dell’uomo d’affari newyorkese in leader politico con un mix di distacco analitico e familiarità personale.

Brolin sta attualmente promuovendo Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery, terzo capitolo della fortunata serie creata da Rian Johnson, dove interpreta un personaggio ecclesiastico. Interrogato su possibili somiglianze tra il suo prete e il presidente, l’attore nega un collegamento diretto ma ammette un parallelismo interessante: entrambi, una volta acquisito “un senso di potere, non conoscono più confini“. È proprio sull’analisi del potere trumpiano che Brolin offre le riflessioni più taglienti. “Ora ha un potere senza limiti, non regolamentato“, osserva con lucidità. Ma invece di limitarsi a una critica superficiale, l’attore riconosce un talento specifico nel presidente: “Non esiste genio più grande di lui nel marketing. Lui individua la debolezza della popolazione generale e la riempie“.

Questa affermazione può suonare controversa, ma Brolin la elabora con una teoria sociologica che va oltre la figura singola di Trump. “Ecco perché penso che molte persone sentano di avere una mascotte in lui. Credo che la questione riguardi molto meno Trump e molto di più la popolazione generale e il loro bisogno di validazione“. È un’analisi che sposta il focus dal leader ai suoi sostenitori, suggerendo che il fenomeno Trump sia più uno specchio della società americana che un’anomalia isolata. L’episodio del cameo tagliato da Wall Street 2 assume oggi una dimensione quasi simbolica. Oliver Stone aveva confermato anni dopo che la scena con Trump era stata effettivamente girata ma poi eliminata in fase di montaggio, una decisione tecnica che all’epoca non aveva particolare rilevanza ma che oggi, con il senno di poi, appare quasi profetica. Trump, sempre attento alla propria immagine mediatica, passò comunque un’intera giornata sul set, abbastanza per lasciare un’impressione personale su Brolin e il resto della troupe.

L’attore californiano non è nuovo alle dichiarazioni ponderate su temi politici e sociali. Nella sua recente autobiografia e in varie interviste, ha dimostrato una capacità di analisi che va oltre i cliché hollywoodiani, affrontando temi complessi con sfumature che riflettono la sua esperienza di vita. La sua carriera, del resto, è costellata di personaggi che incarnano diverse forme di potere: dal villain cosmico Thanos al cowboy Llewelyn Moss in Non è un paese per vecchi, dal presidente George W. Bush in W. al poliziotto corrotto in Sicario. Questa familiarità con le dinamiche del potere, sia fittizie che reali, emerge nella sua valutazione di Trump come stratega della comunicazione. Riconoscere il talento di qualcuno nel “riempire il vuoto” emotivo delle masse non significa necessariamente approvarne le politiche, ma piuttosto comprendere i meccanismi attraverso cui il consenso viene costruito e mantenuto. È un’osservazione che molti analisti politici hanno fatto negli anni, ma che assume un peso diverso quando proviene da qualcuno che ha effettivamente conosciuto l’uomo dietro il personaggio pubblico.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.