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Ogni volta che la critica si lancia in un’interpretazione filosofica dei lavori di qualche grande regista, emerge sempre una domanda lecita che ne mette in dubbio la validità. In effetti, nella maggior parte dei casi, non ci è dato sapere se l’interpretazione filosofica fosse effettivamente parte della visione del regista. Ecco, con Terrence Malick questo problema non si pone. Il regista americano, prima di diventare il cineasta che tutti conosciamo, fu infatti professore di filosofia, prima all’Università di Harvard e successivamente al MIT.

In particolare con Heidegger: nel 1969 Malick tradusse Vom Wesen des Grundes (“Dell’essenza del fondamento”), una delle opere chiave del filosofo. Non sorprende, quindi, ritrovare un’elaborazione della filosofia heideggeriana nella messa in scena malickiana. Il regista è, a tutti gli effetti, uno specializzatore del pensiero del filosofo moderno, evitando concetti e testi per sviluppare la sua tesi attraverso le immagini. Il regista è un costruttore di mondi, e Malick ne è uno dei massimi esempi.

La luce e il disvelamento

The Tree of Life
The Tree of Life – © Cottonwood Pictures

La parola chiave per decifrare la filmografia del regista statunitense è dunque “alétheia”. Heidegger recupera questo termine greco nel saggio del 1930 Sull’essenza della verità. Secondo il filosofo tedesco, la traduzione più comune (verità) risulta piuttosto limitata. La parola è molto più profonda e rimanda a un processo ben preciso: quello del disvelamento. Parliamo di un’emersione dell’essere, non del raggiungimento di una parziale “verità”. Questa emersione è il processo cardine con cui l’uomo entra a conoscenza delle cose del mondo (gli enti).

Il mondo e tutto ciò che lo abita si “svela” all’uomo, ma non sempre. Inoltre, non tutto ciò che esiste si svela e ciò che è stato svelato può oscurarsi nuovamente. L’uomo conosce quindi il mondo attraverso un continuo e laborioso processo di svelamento e occultamento. La verità perde così l’assunzione di correttezza: non è vero ciò che è corretto, ma è vero ciò che è svelato. L’evento della conoscenza è un processo in cui l’uomo entra in contatto con il mondo mediante una chiave ben precisa: la luce.

Distinguiamo allora l’ente, l’essere e la luce. L’ente è ciò che appare: oggetti e cose che abitano il mondo, ma che non possiedono una verità intrinseca. L’ente non è l’Essere. L’Essere, invece, è ciò che fa apparire gli enti: rende il mondo conoscibile e ci permette di rapportarci al suo senso. La luce è il modo in cui l’Essere permette lo svelamento, l’emersione degli enti e della “verità”. Ecco che, allora, la luce malickiana assume un significato molto più profondo.

Lo Sapevi?

Lo sceneggiatore e regista Terrence Malick tendeva a non aspettare le condizioni di luce ideali, ma girava la stessa scena tre volte: quando era nuvoloso, in pieno sole e con luce ideale. In questo modo si assicurava una copertura totale.

Il filosofo dello spazio-tempo

La sottile linea rossa
La sottile linea rossa – © Fox 2000 Pictures

Ecco allora che Malick assume in sé l’operato heideggeriano e dà vita a un cinema della luce e della conoscenza. È infatti impossibile non notare le numerose scene di luce che descrivono gli eventi più significativi della filmografia del regista statunitense. Il fuoco di luce che pulsa all’inizio di The Tree of Life è uno degli esempi più apprezzabili della sua filosofia cinematografica. Una luce pulsante che svela l’intero universo, l’enorme processo di evoluzione che dal brodo primordiale è arrivato alla concretizzazione della tragedia degli O’Brien.

Così la luce che filtra dalle foglie butterate in La sottile linea rossa permette agli uomini di esperire uno degli “enti” più terribili dell’esistenza: la guerra. I soldati vengono guidati dal fuoco delle esplosioni all’interno di colline verdi sterminate, sotto foreste oscure dove lo svelamento e l’occultamento si scambiano continuamente di posto. I corpi sono immersi in acque gelide e solo la tenue luce rifratta permette di vedere le loro sagome. La luce non è solo qualcosa di fisico, dunque, ma la chiave necessaria per guardare, conoscere ed esperire, tragicamente e non, il mondo stesso.

L’essere ci guida alla conoscenza degli enti, della verità, alla ricerca di un senso – e in Malick la cosa diventa ancora più concreta e intima. La luce non diventa solo strumento necessario a manifestare gli enti, ma diventa la chiave per addentrarsi nei meandri più intimi della nostra esistenza. Se per Heidegger i Seiendes sono gli enti che “abitano” il mondo, potremmo chiamare gli enti che abitano la nostra mente Seiendes der Seele, ossia gli Enti dell’Anima. Ecco allora emergere la verità dietro il montaggio e la messa in scena di ogni opera malickiana.

Un nuovo mondo

Knight of Cups
Knight of Cups – ©Dogwood Films

In questo senso, lo stile malickiano non appare più solo uno stile, ma la forma concreta e necessaria per “svelare” la sua filosofia. I particolari si mischiano ai primi piani dei personaggi, alternati da campi totali di spazi mentali e sovrannaturali. Il tempo si comprime all’infinito producendo coesistenze paradossali tra passato, presente e futuro. Le inquadrature insolite, i particolari, i flessuosi movimenti di macchina e il ritmo altamente scansionato sono tutti elementi che servono allo svelamento.

Un processo che non solo rende possibile ai personaggi di conoscere il mondo che li circonda, ma che permette loro (e a noi, di riflesso) di svelarci. Ed è con Knight of Cups che Malick porta al parossismo distruttivo la sua tesi, sviluppando su un piano cinematografico il suo stesso disvelamento. In questo senso, il cinema diventa la luce stessa che permette al regista di conoscere i suoi enti interiori. Il film è infatti ispirato alla vita del regista, mettendo in scena la problematica relazione paterna e la morte prematura del fratello.

Così come la luce permette a Rick, sceneggiatore hollywoodiano, di conoscere i suoi enti interiori e svelare il mondo che lo circonda, allo stesso modo Terrence Malick, con il mezzo cinematografico, riesce a disvelare se stesso. Ricordi, sogni, frammenti di vita, visioni e immagini incoerenti diventano proprio quegli enti interiori necessari a guardare, svelare e conoscere il nostro sé. I litigi con il padre, i sensi di colpa, il lutto, gli amori fugaci e un mondo da sogno (quello di Hollywood) che ha la funzione di occultare il dolore si susseguono senza soluzioni di continuità per mostrare la “verità” per come Heidegger l’ha sempre intesa: un’apertura al mondo.

Lo Sapevi?

Nel film Knight of Cups, sebbene si dicesse che la sceneggiatura fosse lunga tra le 400 e le 600 pagine, tutte le scene furono improvvisate.

Addio al linguaggio

The New World
The New World – ©New Line Cinema

Terrence Malick è uno dei registi più influenti al mondo. Il suo stile è stato ripreso da molti estimatori senza comprendere il vero senso delle sue azioni, riducendo il tutto a un mero “esercizio”. Malick, invece, parte da basi solide. La lezione di Heidegger viene interiorizzata, trasformata e riprodotta attraverso il mezzo audiovisivo, creando un “nuovo” modo di fare filosofia. Grazie a personalità come Deleuze, oggi il regista assume una configurazione chimerica, molto vicina a quella del filosofo ma con capacità e strumenti ben differenti. Non si tratta più di costruire concetti, ma interi mondi della mente: al metodo e alla schematizzazione si sostituiscono simulacri visivi.

I concetti prendono la forma di immagini-tempo in grado di raccontare realtà interiori ed esteriori a cui poter giungere ad un livello più intimo, emozionale. Non si tratta più del mero atto di leggere e analizzare, quindi: il “sentire” diventa il nuovo fulcro dell’esperienza. Il regista statunitense è riuscito a fare della sua filmografia un saggio filosofico visivo, in cui riprende testi del passato e li modernizza attraverso la sua personale visione. Un’apertura profonda al mondo che, se guardata con attenzione, può aiutare il cinema ad affermarsi per quello che è sempre stato: un mezzo d’espressione infinitamente umano.

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Cinefilo accanito e amante delle grandi storie. Mi sono laureato in Cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!