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Gli anni ’80 sono stati un decennio rivoluzionario per la televisione. Mentre show come Cheers, Star Trek: The Next Generation e Newhart ridefinivano il concetto di serialità, c’era spazio anche per esperimenti più azzardati, produzioni che oggi definiremmo senza esitazione kitsch, ma che racchiudevano una creatività genuina, una voglia di raccontare storie senza timori reverenziali. Erano gli anni dei colori sgargianti, delle sigle indimenticabili e degli episodi speciali che affrontavano temi sociali con la grazia di un elefante in una cristalleria. Eppure, funzionava.

Quello che forse sorprende è quanto poco spazio avesse il genere fantasy in quegli anni. A differenza dell’abbondanza odierna, dove ogni piattaforma streaming sforna la sua saga epica con budget che sfiorano i 200 milioni di dollari a stagione, gli anni ’80 hanno prodotto pochissime serie dedicate al fantastico. Ma quelle poche che sono arrivate sugli schermi possedevano qualcosa di speciale: un’identità forte, spesso autoironica senza mai strizzare l’occhio allo spettatore, e una capacità di creare mondi immaginari con mezzi limitati ma immaginazione illimitata.

Oggi, nell’era di House of the Dragon e The Witcher, dove ogni drago deve sembrare fotorealisticamente vero e ogni battaglia coinvolgere migliaia di comparse digitali, vale la pena riscoprire tre serie fantasy degli anni ’80 che, nonostante la loro evidente natura artigianale e a tratti imbarazzante, riescono ancora a competere con le produzioni moderne. Non sul piano tecnico, ovviamente, ma su quello che conta davvero: la capacità di raccontare storie che rimangono impresse.

1. Galtar e la lancia d’oro: l’erede dimenticato di He-Man

Galtar e la lancia d'oro
Galtar e la lancia d’oro Hanna-Barbera Productions

Quando Masters of the Universe conquistò il mercato dei giocattoli e degli schermi televisivi a metà anni ’80, decine di produzioni cercarono di cavalcare l’onda. La maggior parte erano copie sbiadite, prodotti di puro merchandising mascherati da intrattenimento. Galtar e la lancia d’oro, andato in onda tra il 1985 e il 1986, era tecnicamente uno di questi cloni, ma riusciva a distinguersi per una sua dignità narrativa inaspettata.

Prodotta dagli Hanna-Barbera, la serie animata seguiva le avventure di tre compagni: Galtar, guerriero dal fisico impossibile e capelli biondi scolpiti dal vento, la principessa Goleeta e suo fratello minore Zorn. Il fulcro della storia ruotava attorno alla Lancia d’Oro, un’arma leggendaria che solo chi ne era degno poteva impugnare, in un’evidente anticipazione del meccanismo che Marvel avrebbe reso celebre con Mjolnir, il martello di Thor. Quando combinata con lo Scudo Sacro di Goleeta, la Lancia rendeva il suo possessore invincibile. Chi tentava di brandirla senza esserne meritevole veniva letteralmente scaraventato via da un’esplosione di energia.

Sì, era puro formaggio fuso. I dialoghi erano ridondanti, l’animazione seguiva tutti i cliché dell’epoca, con movimenti riciclati e anatomie esagerate al limite del grottesco. Le voci sovrarecitate completavano il quadro di un prodotto che non si prendeva troppo sul serio ma che, paradossalmente, prendeva serissima la sua mitologia interna. E questo è il suo segreto: Galtar non strizza mai l’occhio allo spettatore, non cerca di essere ironico o post-moderno. Si tuffa a capofitto nel suo mondo di spade, magie e profezie con un’incoscienza totale che risulta incredibilmente disarmante.

2. Down to Earth: quando il paradiso incontra la sitcom

Down to Earth
Down to Earth, fonte: WTBS

No, non stiamo parlando del documentario di Zac Efron su Netflix. Down to Earth è una sitcom fantasy andata in onda tra il 1984 e il 1987, una di quelle produzioni che sulla carta suona come una pessima idea ma che, nell’esecuzione, rivela una scrittura sorprendentemente acuta. La premessa è semplice quanto assurda: Ethel MacDoogan, interpretata da Carol Mansell, era una donna spiritosa e libera che visse i ruggenti anni ’20 prima di essere investita da un tram nel 1925. Dopo 60 anni di attesa in paradiso, Ethel riceve finalmente la possibilità di guadagnarsi le ali da angelo. La sua missione consiste nel tornare sulla Terra negli anni ’80 per aiutare i Preston, una tipica famiglia americana media, a superare i loro problemi quotidiani. Tutto questo mentre viene costantemente monitorata da un gruppo di angeli supervisori pedanti e burocratici che trasformano la vita ultraterrena in un ufficio di middle management celestiale.

È una premessa da farsa, eppure Down to Earth funziona perché non tradisce mai la sua natura fantasy. Anche quando Ethel decide di rimanere sulla Terra dopo aver conquistato le sue ali, la sua natura angelica continua a essere parte integrante della trama, non un espediente dimenticato dopo il pilot. Gli sceneggiatori hanno capito che la coerenza interna è fondamentale: non importa quanto assurdo sia il tuo punto di partenza, se ci credi davvero e costruisci le tue storie attorno a quella logica, il pubblico ti seguirà. Le battute sono intelligenti, i personaggi tridimensionali nonostante gli archetipi sitcom, e c’è una leggerezza nel trattare temi come la morte, il senso della vita e il rapporto tra passato e presente che molte serie moderne, appesantite dalla necessità di apparire profonde, hanno perso. Down to Earth ci ricorda che si può fare intrattenimento fantasy profondo senza essere pretenzioso, e che tre stagioni ben scritte valgono più di dieci stagioni tirate per le lunghe.

3. Storyteller: quando Jim Henson incontra le fiabe oscure d’Europa

Storyteller
Storyteller – HBO

Se c’è una serie degli anni ’80 che merita di essere riscoperta e celebrata senza riserve, quella è Storyteller. Andata in onda tra il 1988 e il 1990, questa antologia mescola live action e pupazzi in un modo che solo il genio di Jim Henson poteva concepire, raccontando fiabe popolari europee con la voce narrante di John Hurt nella prima serie e di Michael Gambon nella seconda, dedicata ai miti greci. La struttura è disarmante nella sua semplicità: un vecchio narratore siede accanto al fuoco nella sua capanna, accompagnato dal suo cane parlante (un pupazzo, ovviamente), e comincia a raccontare una storia. Il calore del camino si dissolve gradualmente, trasportandoci in mondi fantastici popolati da creature bizzarre, eroi improbabili e situazioni che oscillano tra il meraviglioso e il terrificante.

Quello che distingue Storyteller dalla maggior parte delle produzioni fantasy dell’epoca è la scelta coraggiosa di attingere al folklore meno conosciuto dell’Europa orientale, evitando le fiabe disneyficate che dominavano l’immaginario collettivo. Queste sono storie arcaiche, a volte inquietanti, che conservano la loro natura originaria di racconti morali carichi di oscurità. Non ci sono principesse edulcorate o finali completamente felici: c’è invece una complessità che rispetta l’intelligenza dello spettatore, giovane o adulto che sia. I design delle creature possono far sorridere oggi, con i loro evidenti meccanismi di pupazzi e le texture artificiali, ma l’artigianalità trasuda da ogni frame. In un’epoca in cui la CGI può creare qualsiasi cosa ma spesso risulta fredda e priva di personalità, i pupazzi di Henson possiedono un’anima tangibile. Si vede la mano dell’artista, si percepisce lo sforzo creativo, e questo aggiunge un livello di autenticità che nessun pixel può replicare.

Storyteller è un esercizio di creatività pura, un promemoria che il budget limitato può essere un alleato se accompagnato da visione artistica e rispetto per il materiale narrativo. Mentre le moderne serie fantasy spendono fortune per ricreare battaglie epiche che spesso si assomigliano tutte, questo piccolo show britannico creava mondi interi con un camino, qualche pupazzo e la voce ipnotica di John Hurt. E funzionava, funziona ancora, probabilmente funzionerà sempre.

Gli anni ’80, con tutti i loro limiti tecnici e i loro eccessi stilistici, ci hanno lasciato lezioni preziose su come raccontare il fantastico. Non servono 200 milioni di dollari per creare meraviglia: servono idee solide, personaggi in cui credere e la volontà di prendere sul serio mondi impossibili. Queste tre serie, nella loro gloriosa cheese e nei loro budget risicati, lo dimostrano ogni volta che qualcuno ha il coraggio di riscoprirle. E forse è proprio questo il punto: il vero fantastico non invecchia, si trasforma semplicemente in nostalgia per quando sapevamo ancora sognare senza cinismo.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.