Quando un videogioco finisce nel mirino del Congresso degli Stati Uniti, significa che ha toccato un nervo scoperto. È quello che sta accadendo a Call of Duty: Black Ops 7, il cui utilizzo dell’intelligenza artificiale ha attirato l’attenzione di Ro Khanna, deputato democratico della California. La questione ha assunto dimensioni politiche, trasformandosi in un caso emblematico del dibattito sull’IA, l’automazione e la tutela del lavoro.
Tutto è cominciato quando alcuni giocatori hanno notato qualcosa di strano in Call of Duty: Black Ops 7. Scorrendo tra gli obiettivi o i trofei, hanno individuato contenuti dall’aspetto sospetto. Lo stile cartoonesco ricordava quello dello Studio Ghibli, ma qualcosa non quadrava: linee imprecise, composizioni innaturali, quei dettagli sottili che tradiscono la mano algoritmica dell’intelligenza artificiale generativa. Le segnalazioni si sono moltiplicate sui social, innescando un’ondata di critiche verso Activision Blizzard.

La casa di sviluppo non ha potuto negare. Ha confermato l’impiego di strumenti di IA generativa nella creazione di alcuni elementi grafici, precisando tuttavia che “il processo creativo continua a essere guidato dagli sviluppatori” e che l’obiettivo rimane quello di “creare le migliori esperienze di gioco possibili“. Una risposta che non ha placato le preoccupazioni, soprattutto in un momento storico in cui l’industria videoludica è attraversata da licenziamenti di massa e ristrutturazioni.
Ed è qui che entra in scena Ro Khanna. Il deputato californiano, noto per le sue posizioni sulla regolamentazione tecnologica, ha colto l’occasione per rilanciare una battaglia più ampia. Su X, ha chiesto l’introduzione di normative che impediscano alle aziende di utilizzare l’intelligenza artificiale con l’unico obiettivo di tagliare posti di lavoro e aumentare i profitti. Le sue parole sono state nette: “Gli artisti di queste aziende devono avere voce in capitolo su come viene implementata l’intelligenza artificiale. Dovrebbero condividere i profitti. E dovrebbe esserci una tassa sui licenziamenti di massa“. Le proposte di Khanna non nascono nel vuoto. Il deputato ha fatto riferimento alle teorie dell’economista Daron Acemoğlu, premio Nobel, che da tempo sostiene la necessità di riforme fiscali per scoraggiare l’automazione eccessiva. Secondo Acemoğlu, l’IA può essere una risorsa per migliorare la produttività, ma solo se i benefici vengono redistribuiti tra lavoratori e sindacati, anziché concentrarsi esclusivamente nelle mani delle corporation. Una visione che cerca di trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e giustizia sociale.
We need regulations that prevent companies from using AI to eliminate jobs to extract greater profits.
Artists at these companies need to have a say in how AI is deployed.
They should share in the profits. And there should be a tax on mass displacement. https://t.co/uU2tmt8pDJ
— Ro Khanna (@RoKhanna) November 14, 2025
Khanna ha tenuto a precisare di non invocare un divieto totale dell’intelligenza artificiale. La sua posizione è più sfumata: stabilire paletti chiari, regole che garantiscano trasparenza, partecipazione e responsabilità. L’IA può essere un alleato, ma non deve diventare uno strumento per precarizzare ulteriormente il lavoro creativo. In un’industria come quella videoludica, dove gli artisti già affrontano crunch, contratti instabili e condizioni difficili, l’arrivo dell’automazione rischia di aggravare problemi esistenti.
Call of Duty non è certo il primo gioco a utilizzare l’intelligenza artificiale. Ubisoft ha recentemente confermato l’impiego di IA in Anno 117: Pax Romana, dopo che i fan avevano scovato anomalie grafiche. Square Enix ha addirittura annunciato l’intenzione di affidare il 70% dei test di qualità e del debugging a strumenti basati sull’IA, una dichiarazione che ha sollevato un polverone tra i professionisti del settore. Ma la popolarità e la visibilità di Call of Duty amplificano ogni polemica, trasformando questioni di nicchia in dibattiti mainstream. La vicenda solleva interrogativi che vanno oltre il singolo videogioco. Se un’azienda può generare asset grafici con l’IA, risparmiando tempo e denaro, cosa impedisce di estendere progressivamente l’automazione ad altri reparti? E quando l’IA diventa abbastanza sofisticata da imitare stili artistici complessi, come quello dello Studio Ghibli, quali tutele rimangono per gli illustratori, i concept artist, i designer che hanno dedicato anni a perfezionare il loro mestiere? Ogni scelta tecnica porta con sé implicazioni economiche, sociali, etiche. L’intelligenza artificiale può accelerare i processi produttivi, ma a quale prezzo? Chi decide quali lavori possono essere automatizzati e quali no? E soprattutto, chi beneficia davvero dei guadagni di efficienza?


