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Da anni i fan di Grand Theft Auto sognano di guidare attraverso le strade di Londra in un capitolo completo della saga. Trailer amatoriali spuntano ciclicamente sui social, raccogliendo milioni di visualizzazioni e alimentando la speranza di vedere la capitale britannica trasformata nel prossimo teatro delle scorribande targate Rockstar. Ma quella speranza, per quanto radicata, è destinata a rimanere tale. A spegnere definitivamente le illusioni è Dan Houser, co-fondatore di Rockstar Games e sceneggiatore originale della serie, che in una recente intervista ha spiegato perché GTA London non vedrà mai la luce.

La risposta, secondo Houser, affonda nelle radici stesse dell’identità del franchise. “Abbiamo realizzato una piccola cosa a Londra 26 anni fa, GTA London, per il gioco in visuale dall’alto su PS1. Era carina e divertente. Ma per un GTA completo, abbiamo sempre deciso che c’era troppo americanismo intrinseco nell’IP perché potesse funzionare a Londra o altrove“, ha dichiarato lo sceneggiatore. Il riferimento è al doppio mission pack uscito nel 1999, ambientato nella Swinging London degli anni Sessanta, che rappresenta l’unica incursione della saga fuori dai confini statunitensi.

Le ragioni vanno oltre la semplice nostalgia per le strade americane. Houser ha individuato elementi strutturali che rendono il DNA di Grand Theft Auto indissolubilmente legato agli Stati Uniti. “Servono pistole, servono personaggi più grandi della vita. Il gioco parlava così tanto dell’America, forse vista dalla prospettiva di un outsider, che rappresentava l’essenza stessa del progetto. Non avrebbe funzionato allo stesso modo altrove“. È un’ammissione sorprendente, considerando che Houser è britannico e che Rockstar North, lo studio principale dietro la serie, ha sede a Edimburgo.

Ma è proprio questa prospettiva da osservatori esterni a rendere la saga così efficace nel catturare e amplificare gli stereotipi e le contraddizioni della cultura americana. Grand Theft Auto non è mai stato un semplice simulatore di criminalità, è una satira feroce, uno specchio deformante puntato sul sogno americano, sulle sue promesse e sui suoi fallimenti. Le città ricreate da Rockstar – da Liberty City a Los Santos, fino alla prossima Vice City di GTA 6 – sono caricature riconoscibilissime che esagerano fino al grottesco le caratteristiche delle loro controparti reali.

La formula funziona perché attinge a un immaginario universalmente riconosciuto quello costruito da decenni di cinema hollywoodiano, serie televisive, musica e cultura pop americana. “C’è un aspetto di melting pot in città come Los Angeles. C’è lustrini, glamour, bassifondi, immigrati, ricchezza enorme. Penso che siano questi elementi davvero divertenti, non solo per GTA ma per qualsiasi cosa voglia offrire uno spaccato di vita“, ha aggiunto Houser. Elementi che, nella loro combinazione estrema, sembrano appartenere esclusivamente al contesto americano.

L’estate scorsa, un trailer fan-made di GTA London creato dall’artista 3D Carlos Rico è diventato virale, raccogliendo entusiasmo e commenti nostalgici. Rico stesso, però, ha ammesso le limitazioni di Londra come ambientazione videoludica. “Le strade piene di buche non sono esattamente divertenti su cui sfrecciare, e un viaggio sudato sulla Central line non suona così grandioso“, ha dichiarato a The Face. “Probabilmente sperpererei tutti i miei soldi di gioco solo per le congestion charge. Detto questo, pagherei comunque una cifra assurda perché Rockstar realizzasse un GTA: London moderno“.

Grand Theft Auto 6, atteso per il 26 maggio 2026, riporterà i giocatori nella Vice City ispirata a Miami, una scelta che conferma la linea tracciata da Houser. Il boss di Take-Two ha assicurato che non ci saranno ulteriori rinvii, mentre i fan sperano nell’uscita di un terzo trailer nelle prossime settimane. Dopo aver lasciato Rockstar nel 2020, Dan Houser ha fondato Absurd Ventures, una nuova compagnia mediatica che esplora territori narrativi inediti.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it