X

Immaginate data center che fluttuano in orbita, alimentati interamente dal sole e raffreddati naturalmente dal vuoto spaziale. Non è fantascienza, ma una proposta scientifica concreta pubblicata su Nature Electronics dai ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore. L’idea è di spostare parte dell’infrastruttura computazionale globale nello spazio per affrontare una crisi energetica che si fa sempre più urgente.

Il problema è noto a chiunque lavori nel settore tecnologico. I data center, soprattutto quelli dell’intelligenza artificiale, divorano elettricità a ritmi insostenibili. A Singapore, già oggi questi impianti consumano in un solo giorno il sette per cento dell’energia nazionale, una percentuale destinata a salire al dodici per cento entro il 2030. Nel frattempo, la domanda di potenza computazionale legata all’intelligenza artificiale è prevista crescere del 165 per cento nello stesso arco temporale, secondo Goldman Sachs Research. Come si può continuare a espandere capacità di calcolo senza collassare sotto il peso delle emissioni di carbonio e dei costi energetici?

Foto di uno smartphone in fiamme
Foto di uno smartphone in fiamme, fonte: Makeusof

La risposta potrebbe trovarsi a qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste. Il professor Wen Yonggang, come riportato da NTU, che ricopre la cattedra presidenziale Alibaba-NTU in Computer Science and Engineering e il ruolo di preside del Graduate College, ha guidato un team che ha tracciato una roadmap dettagliata per costruire data center a emissioni zero in orbita terrestre bassa, quella fascia di spazio compresa tra 160 e 2.000 chilometri di altitudine dove già operano migliaia di satelliti commerciali.

Lo spazio offre due vantaggi ambientali che sulla Terra sono semplicemente impossibili da replicare: energia solare illimitata e ininterrotta, senza l’interferenza di atmosfera o cicli giorno-notte, e un sistema di raffreddamento naturale gratuito. Il vuoto cosmico ha una temperatura media di 2,7 Kelvin, circa 270 gradi Celsius sotto zero. In queste condizioni estreme, il calore generato dai processori può essere dissipato direttamente nello spazio attraverso raffreddamento radiativo, senza bisogno di ventole, condizionatori o sistemi di refrigerazione energivori. Naturalmente, c’è un elefante nella stanza: i lanci spaziali sono notoriamente inquinanti. Come si può parlare di sostenibilità quando ogni razzo emette tonnellate di CO2 per portare payload in orbita? Il team ha affrontato la questione introducendo una nuova metrica, il life-cycle carbon usage effectiveness (CUE), che tiene conto dell’intero ciclo di vita dell’infrastruttura. I calcoli mostrano che data centre orbitali alimentati a energia solare potrebbero compensare le emissioni del lancio nel giro di pochi anni di operatività, grazie all’assenza di emissioni operative continue.

Uomo disperato con smartphone
Uomo disperato con smartphone

Gli ostacoli tecnologici si stanno progressivamente riducendo. I razzi riutilizzabili di SpaceX e Blue Origin hanno abbattuto i costi di accesso allo spazio. AMD ha già sviluppato processori space-grade certificati per operare in ambiente orbitale. Zero Error Systems, altra spin-off tecnologica della NTU, fornisce tecnologie semiconduttrici fault-tolerant che permettono a hardware di livello consumer di funzionare affidabilmente anche sotto le radiazioni spaziali. Si studiano persino sistemi di lancio elettromagnetici, catapulte spaziali che potrebbero ridurre ulteriormente l’impronta carbonica dei trasferimenti orbitali.

Quella dei data centre spaziali non è un’utopia tecnologica, ma una risposta pragmatica a vincoli terrestri sempre più stringenti. Se vogliamo continuare a espandere le capacità computazionali necessarie per l’AI, la ricerca scientifica e i servizi digitali globali senza accelerare il collasso climatico, dobbiamo pensare oltre i confini del pianeta. Lo spazio non è più solo frontiera da esplorare, ma risorsa da utilizzare responsabilmente. E magari, tra qualche anno, quando caricherete un file su cloud, quel dato potrebbe viaggiare verso un server che orbita silenziosamente sopra le vostre teste, alimentato dal sole e raffreddato dall’abbraccio gelido del cosmo.

Condividi.

Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it