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Svegliarsi con un messaggio diretto da un robot che ti mostra il dito medio non è esattamente il modo migliore per iniziare la giornata. Eppure è quello che è successo a un giornalista di TechCrunch che aveva osato perdere una finestra temporale concordata per inviare domande a Rizzbot, il robot umanoide diventato sensazione virale su TikTok. La risposta è arrivata sotto forma di un’immagine inequivocabile: un dito medio alzato, seguita da un blocco immediato dell’account. Messaggio ricevuto, forte e chiaro.

Non si tratta di un malfunzionamento o di un bug nel sistema. È esattamente quello che Rizzbot voleva comunicare. Benvenuti in un momento culturale peculiare, dove gli umanoidi vengono trasformati in personaggi dei social media, gli agenti AI gestiscono le comunicazioni di back office e il confine tra performance artistica e personalità reale si dissolve nei messaggi diretti di Instagram.

Rizzbot non è un semplice esperimento tecnologico. È alto come un bambino, gira per Austin indossando scarpe Nike Dunk e un cappello da cowboy, e ha conquistato almeno un milione di follower con una capacità sorprendente: insultare perfetti sconosciuti. Il suo account TikTok ha accumulato oltre 45 milioni di visualizzazioni, con video che spaziano da inseguimenti per le strade a cadute comiche contro i pali, fino a un contenuto virale (probabilmente alterato con AI) in cui viene investito da un’automobile.

Quella che potrebbe sembrare semplice assurdità è in realtà teatro ingegnerizzato per la pagina Per Te di TikTok. E funziona, nonostante tutti i sondaggi che mostrano come le persone si sentano a disagio intorno ai robot umanoidi, citando preoccupazioni per la privacy e il futuro del lavoro. Online circolano persino insulti dedicati ai robot. Ma un robot sarcastico con un cappello da cowboy sembra abbattere tutte le difese. È il trucco più antico dello spettacolo: la comicità disarma.

@rizzbot_official

♬ original sound – Rizzbot

Sotto il cappello, Rizzbot è un Unitree G1, un umanoide commercialmente disponibile prodotto in Cina. A seconda della configurazione, i modelli G1 costano tra i 16.000 e i 70.000 dollari. Il proprietario di Rizzbot sarebbe un YouTuber anonimo con conoscenze di biochimica. L’addestramento dei movimenti è opera di Kyle Morgenstein, dottorando all’Università del Texas ad Austin, che ha contribuito a coreografare danze e articolazioni degli arti. La performance del robot combina routine preprogrammate con controllo remoto in tempo reale.

Ma è nei messaggi diretti che la situazione diventa davvero interessante. Quando un collega ha contattato l’account per chiedere perché il giornalista fosse stato bloccato, Rizzbot ha risposto con spavalderia e la stessa foto del dito medio. Poi è apparso quello che sembrava un errore di sistema casuale riguardo alla memoria GPU esaurita, rivelando la presenza di un agente AI nel processo e suggerendo un funzionamento su circa 48 GB di VRAM. I robot performativi ribaltano la narrativa tradizionale: invece di ricevere abusi, queste macchine li dispensano. Il prodotto non è più l’hardware in sé, ma lo spettacolo e la reazione del pubblico. Il blocco potrebbe essere stato eseguito dall’AI? Assolutamente sì. Un agente AI può essere programmato per considerare i messaggi in ritardo o fuori dall’orario lavorativo come poco affidabili, e rispondere con un blocco automatico. Ma potrebbe altrettanto facilmente essere stato un performer umano che giocava il suo ruolo. In entrambi i casi, l’atto di stabilire un confine è sembrato intenzionale e perfettamente coerente con il personaggio.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it