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Lunedì 20 ottobre 2025, intorno alle 8 del mattino una parte consistente di internet ha improvvisamente smesso di funzionare. Non si è trattato di un attacco hacker né di un evento catastrofico, ma di qualcosa che ormai dovremmo considerare altrettanto pericoloso, un malfunzionamento di Amazon Web Services. Le conseguenze sono state immediate e devastanti su scala planetaria.

Snapchat, Roblox, Fortnite, Duolingo, Canva, Alexa, persino servizi apparentemente scollegati come l’autorità fiscale britannica HMRC e app di fitness come MyFitnessPal sono finiti tutti simultaneamente in ginocchio. Il sito di monitoraggio Downdetector, come riportato da Indipendent, è diventato improvvisamente rosso fuoco, inondato da segnalazioni provenienti da ogni angolo del globo. Gli utenti si sono riversati su X, condividendo screenshot di errori, lamentele e preoccupazioni. Qualcuno ha scritto: “Ho una streak di 882 giorni su Snapchat e sto per perderla per colpa di un errore del server. Non è giusto“. Altri hanno semplicemente osservato l’assurdità della situazione: “Fortnite, Snapchat, Roblox, Alexa, Amazon, PlayStation Network e molti altri giochi e servizi sono tutti down contemporaneamente“.

La causa del disastro digitale risiede in un singolo datacenter situato nella regione US-EAST-1 di AWS, in Virginia settentrionale. Amazon Web Services, il colosso del cloud computing che nel 2024 ha fatturato 108 miliardi di dollari e rappresenta la maggioranza dei profitti di Amazon, ha confermato sul suo service status dashboard di star riscontrando degli errori e latenze elevate su molteplici servizi. Nello specifico, i problemi riguardavano Amazon DynamoDB e Amazon Elastic Compute Cloud, due infrastrutture fondamentali che permettono alle aziende di affittare storage e capacità computazionale per far girare le proprie applicazioni. Cosa significa tutto questo in termini pratici? AWS non è semplicemente il backend di Amazon. È l’infrastruttura invisibile che sostiene una porzione enorme dell’internet moderno. Aziende che non hanno nulla a che vedere con il colosso di Jeff Bezos si affidano completamente ai suoi server per esistere online. Quando AWS va in tilt, anche solo in una regione geografica, l’effetto domino è globale. Utenti in Europa, Asia, Sudamerica si sono ritrovati tutti con app inutilizzabili, nonostante il problema fosse localizzato in Virginia.

Le segnalazioni su Downdetector hanno iniziato a fioccare intorno alle 7.45 del mattino ora britannica, mezzanotte nella costa pacifica americana. La lista dei servizi colpiti era lunga e variegata: oltre ai già citati, anche Ring (dispositivi di sicurezza domestica), Clash Royale, Clash of Clans, Life360, Xero, Amazon Music, Prime Video, Wordle, Coinbase, Vodafone, Pokémon Go. Alcuni utenti hanno scoperto che persino gli assistenti vocali Alexa erano completamente fuori uso, incapaci di rispondere a comandi o eseguire routine programmate come le sveglie mattutine. Non è la prima volta che AWS crea scompiglio. La regione US-EAST-1 è tristemente nota per precedenti outage che hanno paralizzato internet nel 2020, 2021 e 2023. Ogni volta, migliaia di siti e piattaforme sono rimaste offline per diverse ore prima che il servizio venisse ripristinato. Questo solleva una domanda inquietante: quanto è sicuro affidare una porzione così vasta dell’infrastruttura digitale mondiale a un unico fornitore, per quanto affidabile possa essere?

Il fenomeno evidenzia anche quanto siamo diventati dipendenti da servizi cloud centralizzati. Aziende multinazionali, startup, app di messaggistica, videogiochi multiplayer, piattaforme di e-learning: tutti si appoggiano alla stessa infrastruttura. Quando quella infrastruttura vacilla, non c’è piano B. Gli utenti non possono fare altro che aspettare, controllare compulsivamente Downdetector e sperare che i tecnici di AWS risolvano il problema al più presto. Una situazione del genere dovrebbe anche preoccupare perché non ci si rende mai conto quanto siamo dipendenti da servizi che non comprendiamo e quanto sia necessario essere consapevoli di ogni rischio, anche quelli relativi alla sicurezza tra frodi e tentativi di hacking.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it