In un’escalation che ha lasciato molti a bocca aperta, dopo essere stato il fautore del licenziamento dietro Jimmy Kimmel, Donald Trump ha precisamente ordinato a Microsoft di licenziare Lisa Monaco, attuale President of Global Affairs del colosso tecnologico. Una mossa che, per gli osservatori più attenti, suona come un velato monito all’intera Corporate America, testando la lealtà delle grandi aziende all’amministrazione in carica.
Monaco, figura di spicco con un passato significativo nelle amministrazioni precedenti, ha ricoperto ruoli chiave come vice procuratore generale durante l’amministrazione Biden e consigliere per la sicurezza interna sotto il Presidente Obama. Proprio questi legami sono al centro delle accuse di Trump, che l’ha definita “corrotta e totalmente ossessionata da Trump“, arrivando a etichettarla come “una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. Una dichiarazione non da poco, specialmente se si considera la fitta rete di contratti multimiliardari che Microsoft intrattiene con il governo federale.
JUST IN:
After I alerted President Trump to the fact that @Microsoft has hired Lisa Monaco to be their new President of Global Affairs, he has just called on Microsoft to terminate her employment.@satyanadella are you going to comply? Or continue to be two faced?
How dare… https://t.co/AUFEljztXP pic.twitter.com/mBjWjlhvdN
— Laura Loomer (@LauraLoomer) September 26, 2025
Ma cosa avrebbe spinto il Presidente verso questa scelta? Sembra che Monaco sia stata collegata alla decisione di Microsoft di impiegare ingegneri in Cina per fornire supporto tecnico al Dipartimento della Difesa. Un’accusa gravissima per il presidente. Loomer, un’attivista seguace di Trump e vicina al presidente, non ha esitato a taggare Satya Nadella, CEO di Microsoft, sul social X, ponendo una domanda retorica che suona quasi come un’intimazione: “Obbedirete?“.
Microsoft, dal canto suo, ha scelto la via del silenzio, rifiutando di commentare la vicenda. Un silenzio che, in un contesto così carico, può essere interpretato in diversi modi, ma che non fa che alimentare il dibattito sulla crescente pressione politica sulle aziende private. Queste vicende sollevano interrogativi cruciali sul confine tra politica e autonomia aziendale, e sulla legittimità di tentativi di costringere le corporazioni a capitolare ai desideri di un’amministrazione, o di un’influente figura politica, anche senza un potere formale diretto.
