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Negli ultimi decenni tutti noi abbiamo osannato Clint Eastwood come un’icona del cinema di Hollywood. Il suo nome e la sua figura sono circondati dallo status del vero eroe americano, oltre che del grande attore e immenso regista. Ma lo sguardo del pubblico e della critica non è sempre stato così lusinghiero. Clint ha attraversato diverse tappe, nel corso di una carriera di sette decenni, iniziando il tutto con la fama di attore televisivo di serie B.

Dagli anni ’60 la sua carriera lo ha visto poi accendersi nel panorama cinematografico in modo decisamente graduale, con una tale lentezza da far invidia alla famosa tartaruga di Esopo. Tutte le tappe, tutti i decenni, tutti i pregiudizi abbattuti, però, non hanno fatto altro che rendere la sua icona ancor più indistruttibile.

“A Don e Sergio”

Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cliff e Sergio Leone sul set de Il buono, il brutto, il cattivo (1966)
Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef e Sergio Leone sul set de Il buono, il brutto, il cattivo (1966) – ©Produzioni Europee Associate

Una delle pellicole che ha operato da vero spartiacque per Clint è sicuramente Gli spietati (The Unforgiven, 1992). Un film che lo vede al doppio servizio, di fronte e dietro la macchina da presa. La sua carriera, infatti, ha preso avvio come attore di second’ordine, ma con il tempo ha guadagnato maggiore status nella recitazione prima e nella regia poi. Una carriera, quella registica, che al pari di quella recitativa ha guadagnato credito in modo graduale e progressivo.

Infatti, fu proprio con Gli Spietati che il suo nome ottenne la definitiva consacrazione sul fronte della critica, si pensi ai 4 Premi Oscar. Fu proprio nei suoi titoli di coda che volle celebrare i due nomi che più avevano contribuito al suo stile recitativo e registico: Sergio Leone e Don Siegel. I due registi di fatti avevano, in modo diretto, scandito la sua carriera per i primi tre decenni, per poi influenzarlo con la loro eredità.

Su Don Siegel

“Ho imparato molto da lui. Era un tipo che capiva l’importanza della semplicità nel fare cinema. Era un minimalista, e io ho sempre apprezzato questo.” – Clint Eastwood

Dalla Trilogia del Dollaro…

Clint Eastwood e Lee Van Cleef in una scena di Per qualche dollaro in più (1965)
Clint Eastwood e Lee Van Cleef in una scena di Per qualche dollaro in più (1965) – ©Produzioni Europee Associate

Compiendo in modo cinematografico la necessaria analessi, vediamo come i due registi disegnarono i contorni delle prime due importanti stagioni della sua carriera. Nella prima, negli anni ’60, Sergio Leone gli garantì il primo ruolo da protagonista nella famosa Trilogia del Dollaro: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966).

Lo Sapevi?

La trilogia non fu concepita come tale, è proprio il ruolo di Clint Eastwood (l’Uomo senza nome) a fare da collante tra le opere, e non a caso il trittico è conosciuto anche come la Trilogia dell’uomo senza nome

Nelle tre pellicole Clint Eastwood mantiene abbigliamento, mimica e stile analoghi, trovando nel personaggio una recitazione lineare, quasi monotona, mai sopra le righe e che renderà comunque memorabile questo ruolo. Freddo, cinico, silenzioso, cupo, imperturbabile. Sembra quasi un personaggio scritto e cucito addosso all’allora sconosciuto Eastwood. Un ruolo che gli garantì una prima fama nel pubblico, visto il successo delle pellicole, ma che non sortì lo stesso effetto sulla critica. Non era quindi riuscito ad ottenere il rispetto dell’industria, avendo preso parte ad un sottogenere, gli Spaghetti western, che ancora veniva snobbato, ma che successivamente sarebbe stato approvato all’unanimità.

…a Dirty Harry

Clint Eastwood nei panni di Harry Callaghan nel film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971
Clint Eastwood nei panni di Harry Callaghan nel film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971) ©Warner Bros.

Dopo il trittico nei panni dell’Uomo senza nome, al ritorno in patria scoprì un secondo mentore: Don Siegel. Nel 1968, con la prima di cinque collaborazioni, iniziò un sodalizio ventennale, da L’uomo dalla cravatta di cuoio (Coogan’s Bluff, 1968) a Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz, 1979), passando per Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971). Un legame che indirizzò l’intera storia di Clint, in parte per l’influenza che ebbe sulla sua seconda carriera, quella registica, che prese avvio già nel 1971. Ma soprattutto perché segnò la definitiva affermazione di Eastwood come attore nella terra natìa.

Agli occhi della critica fu decisiva l’ultima collaborazione (Fuga da Alcatraz, 1979), mentre per il pubblico fu determinante il ruolo dell’Ispettore Callaghan. Clint Eastwood, tra il 1971 e il 1988 vestì i panni dell’Ispettore di San Francisco in cinque pellicole, attraverso le quali continuò quella personale costruzione (già instaurata con l’Uomo senza nome) del ruolo dell’antieroe dalla marcata mascolinità.

Antieroi giustizieri

Eli Wallach (Tuco) e Clint Eastwood (Uomo senza nome) in Buono, brutto, cattivo (1966)
Eli Wallach (Tuco) e Clint Eastwood (Uomo senza nome) in Buono, brutto, cattivo (1966) ©Produzione Europee Associate

Dall’anno del suo esordio cinematografico, il 1955, a tutti gli anni ’80, Clint Eastwood ha preso parte a 46 pellicole. Eppure, ci sono quei due ruoli già richiamati, l’Uomo senza nome e l’Ispettore Callaghan, che hanno cannibalizzato la percezione che il mondo ha adesso dell’attore/regista californiano. Tutto ciò non per ridurre oltre trent’anni a soli otto film, ma perché i due ruoli sono veri e propri prototipi di un tipo di personaggio. Una figura burbera e silenziosa, l’antieroe, che spezza la dicotomia buono contro cattivo per insinuarsi in una zona nebulosa e che si colloca a metà strada.

Su Sergio Leone

“Leone mi ha dato l’opportunità di creare il mio tipo di personaggio. Mi ha reso una star, e sarò sempre grato per questo” – Clint Eastwood

Tutto viene creato con la trilogia di Leone, vero artefice di quell’indimenticabile pistolero con l’indistinguibile poncho e il sigaro tra i denti. L’impalcatura di quel ruolo deve molto alla scrittura e alle battute del regista romano, reso poi memorabile dalla tipica recitazione piatta e uniforme con cui Clint ridefinì i termini della virilità maschile.

Lo stesso antieroe in epoche differenti

Harry Callaghan in l'Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971)
Harry Callaghan in l’Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971) ©Warner Bros.

Quel tipo di mascolinità Eastwood l’avrebbe mantenuta anche per il ruolo successivo: per questo motivo troviamo un filo di continuità, una sorta di eredità del primo sul secondo. L’Uomo senza nome è un vero antieroe che agisce sì per i propri interessi, ma che si ritrova comunque a muoversi in favore di una morale. Harry Callaghan, dal canto suo, pur essendo parte della polizia, quindi all’interno della legge, si muove comunque su un terreno ambiguo. Agisce sì in favore della giustizia, ma spesso contro tutti quei limiti che gli vengono imposti, prediligendo metodi “personali”.

Entrambi, inoltre, si fanno portatori di una loro precisa iconografia, estremamente riconoscibile, con oggetti e abbigliamenti distintivi: la già richiamata coppia, poncho e sigaro, da una parte, l’abito e la magnum 44 dall’altra e, ad unire il tutto, l’atteggiamento taciturno e distaccato, tipico di chi parla solo se necessario e per lo più con dichiarazione rimaste nell’immaginario collettivo.

Dietro la macchina da presa: Gli Spietati (1992)

Clint Eastwood e Morgan Freeman in una scena de Gli Spietati (The Unforgiven, 1992)
Clint Eastwood e Morgan Freeman in una scena de Gli Spietati (The Unforgiven, 1992) ©Warner Bros.

Terminato il flashback torniamo dove tutto è iniziato: Gli Spietati (The Unforgiven, 1992). L’opera che chiude un cerchio per Clint Eastwood e al tempo stesso spiana la strada per la sua carriera registica. La già richiamata dedica (“a Sergio e Don”), oltre che un omaggio ai suoi due mentori, vuole essere un modo per marchiare la fine di un capitolo. Un capitolo che aveva vista l’ascesa sui set europei e il ritorno in patria per ottenere il medesimo riconoscimenti.

Nel corso degli anni, dunque, Eastwood era riuscito nella sua graduale scalata Hollywoodiana, ora mancava l’ultimo passo: la consacrazione alla regia, che arriva a venti anni esatti dal suo esordio dietro la macchina da presa proprio con la pellicola del 1992. Il dominio nella stagione dei premi (Miglior Film e Miglior Regia agli Oscar) contribuisce all’entrata di Clint nel mondo, non più delle star, ma delle vere icone cinematografiche americane.

Una storia crepuscolare per una nuova alba

Clint Eastwood (William Munny) in una scena de Gli Spietati (The Unforgiven, 1992)
Clint Eastwood (William Munny) in una scena de Gli Spietati (The Unforgiven, 1992) ©Warner Bros.

Gli Spietati è un western che Clint Eastwood realizzò anche per chiudere i conti con quel genere. Un film che racconta di un pistolero ormai non più in attività, un silenzioso fuorilegge che ormai dedica il tempo alla famiglia. Una figura che potrebbe essere sia una riproposizione dell’Uomo senza nome, che la personificazione dell’intero genere western, anch’esso ormai al crepuscolo.

Un epilogo con cui il regista si mette alle spalle il personaggio con cui si era imposto, il genere che lo avevo valorizzato e i due mentori che definirono le tecnica recitativa e l’impronta registica. Con la successiva e totale legittimazione da parte dell’industria, come attore e regista, lo status di Clint divenne quello di vero simbolo nazionale, ed è chiaro che, nel corso degli anni, è riuscito sempre più a rafforzarlo.

Clint: icona a stelle e strisce

Bradley Cooper e Clint Eastwood sul set di American Sniper (2014)
Bradley Cooper e Clint Eastwood sul set di American Sniper (2014) ©Warner Bros.

Con il successo de Gli Spietati, abbiamo trovato un Clint capace di voltarsi indietro, guardare al mondo interiore (si pensi ai rimorsi e alla ricerca di un perdono dello stesso protagonista) e voltare pagina. Da questo istante ha sempre più ricoperto il ruolo di vera icona nazionale. La sua autorialità, riconosciuta adesso a trecentosessanta gradi, ha spesso guardato alle sorti del paese. Pur senza realizzare film marcatamente politici, ha cercato sempre soggetti, storie e persone dal forte interesse nazionale e patriottico. Si è, infatti, spesso schierato con l’ala repubblicana e conservatrice degli U.S.A. ma mai in modo fermo e risoluto, criticando se necessario entrambe le fazioni politiche.

Si pensi alla pellicola American Sniper (2014), con la quale porta sul grande schermo le gesta del famoso militare Chris Kyle, un soggetto che è, sì, intriso di patriottismo ma che mette in primo piano anche l’orrore del conflitto in Iraq. Ricapitolando, nonostante l’impegno nella politica nazionale, Clint ha sempre offerto uno sguardo sincero e autentico su quelle realtà più lontane dalle luci dei riflettori.

Lo Sapevi?

Clint Eastwood ha ricoperto il ruolo di sindaco di Carmel-by-the-Sea (California) nel 1986, mantenendo l’incarico fino al 1988.

Due fessure sul mondo U.S.A.

Clint Eastwood in una scena di Cry Macho (2021)
Clint Eastwood sul set di Cry Macho (2021) – © Warner Bros.

Gli ultimi tre decenni ci hanno portato un Clint Eastwood impegnato per lo più dietro la cinepresa. Accantonato il genere western, ha costruito una carriera dalle ampie vedute. Dopotutto Clint ha nello sguardo il suo tratto più caratteristico, lo stesso sguardo che ha osservato il West prima e la California poi, si è allargato sempre più negli sconfinati Stati Uniti d’America. Una ricerca dell’anima del paese che lo ha portato ad indagare nei territori più nascosti e nelle storie più in ombra. Ha, difatti, spaziato da biopic dal forte sapore storico e patriottico (si pensi a J. Edgar, American Sniper), storie drammatiche che affondano in temi come la pedofilia e la morte (Mystic River, Million Dollar Baby) fino a pellicole che si poggiano sulla realtà statunitense toccando comunque temi delicati come il razzismo (Gran Torino).

Si concentra sulla quotidianità, non la quotidianità che conosciamo anche noi, ma, come scritto, quella più in ombra, più nascosta nell’immenso entroterra del paese. Quella quotidianità che più ha bisogno di essere osservata e raccontata. Storie di delusioni, violenze e disillusioni su cui Clint ha posato spesso il suo sguardo. Quello stesso sguardo di ghiaccio che agli albori della carriera emergeva dai primi piani di Sergio Leone, quegli stessi occhi socchiusi che sono divenuti fessure sul proprio paese.

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Classe 1995, Luca ha conseguito un diploma in Ragioneria e una Laurea Triennale in Scienze Politiche, ma fin dall’adolescenza ha sentito crescere in lui una forte passione per il cinema. La svolta arriva con l’ingresso in una compagnia teatrale amatoriale e con la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze. Partito da un iniziale e intenso legame con la coppia De Niro–Scorsese e i loro gangster movies, il suo percorso lo ha portato a innamorarsi della Settima Arte in tutte le sue sfumature.