Sul red carpet della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è bastato un attimo, una rotazione sul tappeto rosso, per trasformare completamente la percezione di un abito. May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, si è presentata alla prima del suo film Woman Unknown con una lunga tunica bianca che, vista di fronte, appariva essenziale e quasi monastica nella sua semplicità. Ma quando si è voltata, l’eleganza candida ha lasciato spazio a un’immagine perturbante: una grande chiazza rosso scarlatto sulla schiena, simile a una ferita aperta o a una macchia che cola lungo il tessuto.
Non si è trattato di una scelta estetica fine a sé stessa, né di una provocazione gratuita. Dietro quel dettaglio cromatico c’è un significato preciso, intimamente legato alla narrazione del film presentato in concorso per il Leone d’Oro. L’effetto visivo, che ha immediatamente catturato l’attenzione di fotografi e cronisti, è stato ottenuto attraverso una composizione di nappine rosse applicate sul tessuto bianco, disposte strategicamente per simulare una lesione o una colatura ematica. Un contrasto violento tra innocenza e violenza, tra purezza e colpa.
Woman Unknown, il nuovo lungometraggio di el-Toukhy della durata di 124 minuti, si immerge in una delle pagine più oscure e controverse del dopoguerra europeo. Siamo nella Danimarca del 1945, appena liberata dall’occupazione nazista. La protagonista è Marie, una giovane domestica che sogna di uscire dalla povertà sposando il proprio datore di lavoro. Il suo passato, però, rischia di far crollare tutto come un castello di carte. Il film affronta infatti il destino delle cosiddette “collaboratrici orizzontali“, donne accusate di aver avuto relazioni sentimentali o sessuali con soldati tedeschi durante l’occupazione.
Queste donne furono sottoposte a rituali pubblici di umiliazione e vendetta collettiva: rasate a forza, picchiate, marchiate. Nel film di el-Toukhy alcune di loro vengono addirittura segnate sul corpo con svastiche dipinte di rosso, un marchio indelebile di vergogna sociale impresso sulla pelle. È proprio a quelle immagini, a quei segni rossi sui corpi femminili, che rimanda il dettaglio scelto dalla regista per il tappeto rosso veneziano. Il rosso che irrompe sul bianco dell’abito diventa così una metafora visiva delle ferite e dei marchi raccontati sullo schermo, portando la storia dal film alla realtà del red carpet.
L’accostamento cromatico assume ulteriori risonanze simboliche. Bianco e rosso sono i colori della bandiera danese, ma nell’abito di el-Toukhy il secondo colore assume l’aspetto inequivocabile del cremisi, trasformando un simbolo nazionale in una denuncia. Il corpo delle donne diventa così il terreno sul quale si esercita vendetta, controllo sociale e condanna morale, un tema che la regista ha voluto rendere esplicito anche attraverso la propria presenza fisica sul tappeto rosso.
La scelta di el-Toukhy arriva in un’edizione della Mostra in cui la presenza femminile nella competizione principale è tornata a essere oggetto di discussione critica. May el-Toukhy è infatti l’unica donna ad aver diretto da sola un film di finzione tra i 21 titoli in corsa per il Leone d’Oro, affiancata soltanto da Rachel Szor, co-regista del documentario Naza. La stessa regista ne ha parlato apertamente a Venezia, sottolineando come per le donne continuino a esistere ostacoli strutturali nell’industria cinematografica, a partire dall’accesso ai finanziamenti e dalla possibilità di realizzare progetti con la stessa continuità garantita ai colleghi uomini.
Secondo el-Toukhy, dopo i progressi registrati sulla scia del movimento MeToo, negli ultimi anni si sarebbe verificato persino un arretramento sul fronte della parità di genere nel cinema. Una regressione silenziosa ma tangibile, che rende ancora più significativo il gesto compiuto sul red carpet: un abito che è al tempo stesso opera d’arte, dichiarazione politica e manifesto cinematografico.
Woman Unknown rappresenta il ritorno dietro la macchina da presa della cineasta dopo Queen of Hearts, film del 2019 che aveva conquistato il premio del pubblico al Sundance Film Festival. Per questo nuovo progetto el-Toukhy ha firmato anche la sceneggiatura insieme a Maren Louise Käehne, affidando il ruolo principale a Mathilde Arcel. Nel cast figurano inoltre Carsten Bjørnlund, Thorbjørn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin e Sofia Nolsøe.
Il film è stato presentato ufficialmente il 6 settembre nella Sala Grande del Lido e corre per il Leone d’Oro. Ma il suo passaggio a Venezia non si è limitato allo schermo. Con quell’abito apparentemente candido e il dettaglio rosso nascosto sulla schiena, May el-Toukhy ha scelto di portare direttamente sul tappeto rosso una delle immagini più dolorose della storia che ha deciso di raccontare, trasformando la passerella in un’estensione narrativa del film stesso.
