Niente passerella sui tappeti rossi, niente flash dei fotografi, niente abiti da sera. Ghali è arrivato al Lido di Venezia per l’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con un’intenzione precisa e ben lontana dal glamour hollywoodiano: assistere alla proiezione di Naza, il documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che sta facendo discutere l’intero festival. Una scelta che definisce perfettamente la figura dell’artista milanese: l’anti-divo per eccellenza, quello che quando tutti vanno a destra lui va a sinistra, e lo fa con convinzione.
Ma cosa rende questo documentario così urgente da giustificare una presenza discreta, quasi in incognito, di uno degli artisti italiani più seguiti del momento? Naza racconta il brutale utilizzo dell’intelligenza artificiale nello sterminio di massa del popolo palestinese, un tema che Ghali ha abbracciato pubblicamente da tempo, nonostante le polemiche e le critiche. Il film è prodotto da The Guardian e James Wilson, e vede alla regia due dei quattro autori del premio Oscar No Other Land, un pedigree che ne certifica immediatamente il valore cinematografico e giornalistico.
La proiezione nella Sala Grande del festival ha generato una delle reazioni più straordinarie nella storia recente della Mostra. Quando i titoli di coda hanno illuminato lo schermo, il pubblico è scattato in piedi dando il via a una standing ovation durata oltre venticinque minuti, stabilendo un vero e proprio record per questa edizione. Nel tripudio generale si sono alzate decine e decine di bandiere della Palestina e del Libano, sventolate dagli spettatori in un’atmosfera carica di emozione e partecipazione politica.
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, profondamente scossi e travolti dalla commozione per questo abbraccio collettivo, hanno ringraziato i presenti con gli occhi lucidi. Un momento che testimonia come il cinema possa ancora essere uno spazio di verità e di confronto, capace di creare ponti dove la politica costruisce muri. E proprio tra il pubblico in piedi, con indosso una vistosa giacca verde, c’era Ghali, parte integrante di quella celebrazione collettiva.
Appena terminata la proiezione, l’artista ha dichiarato: “Sono venuto a Venezia per vedere Naza, a titolo personale. Secondo me dovrebbero vederlo tutti”. Parole semplici ma cariche di significato, che ha poi ampliato sui suoi canali social con un messaggio più articolato. “Ho appena finito di vedere Naza al Festival del cinema di Venezia. Un documentario che racconta il brutale utilizzo dell’intelligenza artificiale nello sterminio di massa del popolo palestinese. L’arte è ancora capace di superare qualsiasi silenzio e qualsiasi censura”. Ma Ghali non si è fermato alla semplice testimonianza personale. Nel suo intervento ha lanciato un appello diretto al mondo della scuola, in perfetto tempismo con l’inizio dell’anno scolastico.
“Nella speranza che le testimonianze della verità non finiscano invano, è importante che tutti guardino questo documentario. Dopo mezza vita passata nelle scuole, ritengo sia necessario che maestri e professori trovino spazio per approfondire su quello che sta succedendo in Palestina e nel Medio Oriente sistematicamente ormai da decenni. Non esitate a chiedere cose ai vostri insegnanti soprattutto quelli di storia”. – Ghali
Il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra è uno dei più inquietanti e meno discussi del conflitto israelo-palestinese. Mentre nel dibattito pubblico l’AI viene spesso celebrata come strumento di progresso, il documentario di Abraham e Szor sembra mostrare il lato oscuro di questa tecnologia: algoritmi che selezionano obiettivi, sistemi automatizzati che prendono decisioni di vita o di morte, una guerra gestita da macchine che sollevano interrogativi etici sconvolgenti. È un tema che trascende la geopolitica e tocca il futuro stesso dell’umanità.
La presenza di Ghali a Venezia, lontano dai riflettori ma presente dove conta davvero, è coerente con la sua storia personale e artistica. L’artista milanese di origini tunisine non ha mai fatto mistero delle sue posizioni sulla questione palestinese, affrontando anche momenti di forte polemica e pressione mediatica. La sua scelta di non calcare il red carpet ma di mescolarsi al pubblico in sala racconta molto del personaggio: uno che usa la sua visibilità non per aumentarla ulteriormente, ma per amplificare messaggi che ritiene giusti.
Il documentario Naza è in lizza per il Leone d’Oro, il massimo riconoscimento della Mostra di Venezia. Un’eventuale vittoria rappresenterebbe un segnale potente da parte della giuria, in un momento storico in cui il tema del conflitto israelo-palestinese divide profondamente l’opinione pubblica occidentale. Il cinema, ancora una volta, si trova sul fronte più avanzato del dibattito culturale e politico, lì dove l’arte può dire ciò che la diplomazia fatica a pronunciare.
