Una banconota da 50 euro lasciata sul parabrezza potrebbe sembrare un piccolo colpo di fortuna. Qualcuno potrebbe averla persa, oppure potrebbe essere rimasta accidentalmente incastrata sotto il tergicristallo. E invece proprio quei soldi possono trasformarsi nell’esca di un furto che si consuma nel giro di pochissimi secondi. È tornata infatti a circolare la cosiddetta “truffa della banconota”, un sistema tanto semplice quanto efficace che sfrutta la distrazione dell’automobilista per permettere ai malviventi di impossessarsi di borse, smartphone, portafogli e, nei casi peggiori, persino dell’automobile.
Le segnalazioni hanno riportato l’attenzione sul fenomeno nelle ultime settimane. Il trucco viene utilizzato soprattutto nei parcheggi di supermercati, centri commerciali e altre zone molto frequentate, proprio dove chi torna alla propria macchina può avere con sé borse della spesa e altri oggetti personali. Il meccanismo comincia mentre il proprietario è lontano. I malviventi individuano l’auto e sistemano sotto uno dei tergicristalli una banconota da 50 euro, spesso falsa, scegliendo una posizione che permetta al conducente di notarla soprattutto una volta seduto al posto di guida.
È proprio questo il dettaglio sul quale si regge tutto il piano. L’automobilista torna alla macchina, sistema magari borsa, telefono e portafoglio sul sedile, entra nell’abitacolo e in alcuni casi mette persino in moto. Solo a quel punto si accorge di quei 50 euro davanti al parabrezza. La reazione più naturale è anche quella sulla quale fanno affidamento i ladri: aprire la portiera e scendere per prendere la banconota.

Bastano quei pochi secondi. Mentre la vittima raggiunge la parte anteriore dell’auto, un complice può avvicinarsi dalla parte opposta, aprire una portiera rimasta sbloccata e prendere rapidamente tutto ciò che trova nell’abitacolo. Quando il conducente torna al proprio posto, borsa e cellulare potrebbero essere già spariti. Ma il rischio non riguarda soltanto gli oggetti personali. Se l’automobilista ha lasciato il motore acceso o le chiavi all’interno, i malviventi potrebbero tentare di portare via direttamente la vettura. È proprio la rapidità a rendere efficace il sistema: chi cade nella trappola pensa di allontanarsi soltanto per pochi istanti e può quindi non preoccuparsi di chiudere nuovamente l’auto.
La banconota, dunque, non è l’obiettivo della truffa ma soltanto uno strumento per spostare l’attenzione della vittima. Anche la scelta dei 50 euro ha una sua logica: una cifra abbastanza importante da attirare immediatamente lo sguardo e spingere qualcuno a scendere per recuperarla. Le cronache delle ultime settimane hanno segnalato episodi e allarmi soprattutto nei grandi parcheggi. A Roma Nord, in particolare, il fenomeno ha provocato un tam tam sui social e sui siti di quartiere, riportando l’attenzione su una tecnica che, pur non essendo completamente nuova, continua a funzionare proprio per la semplicità con cui viene messa in pratica.

Cosa fare, quindi, se ci si accorge di avere 50 euro sul parabrezza? La prima regola è evitare di scendere impulsivamente dall’auto, soprattutto se si è già entrati nell’abitacolo e si sono lasciati oggetti personali sui sedili. La soluzione più prudente è controllare ciò che accade intorno alla vettura e allontanarsi, raggiungendo un luogo sicuro prima di fermarsi e verificare cosa sia stato sistemato sotto il tergicristallo. Se invece è necessario scendere, bisogna spegnere il motore, prendere le chiavi e assicurarsi che le portiere siano chiuse, senza lasciare incustoditi borsa, telefono o portafoglio.
Se nelle vicinanze vengono notate persone o movimenti sospetti, è inoltre consigliabile non affrontare direttamente nessuno e rivolgersi alle forze dell’ordine. Quei 50 euro che sembravano arrivati dal nulla, insomma, potrebbero avere un prezzo decisamente più alto del loro valore. Ed è proprio su quel primo istinto di scendere dall’auto per recuperarli che si basa l’intero raggiro.
E le truffe non si fermano certo ai parcheggi. Nei giorni scorsi ha fatto discutere anche un caso molto più sofisticato, nel quale una vera PEC della Prefettura sarebbe stata utilizzata per ingannare Revolut e ottenere i dati personali e finanziari di centinaia di clienti. Una vicenda che dimostra come, quando si parla di raggiri, persino ciò che sembra assolutamente autentico possa nascondere qualcosa di molto diverso.
