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L’83esima Mostra del Cinema di Venezia si apre con una provocazione che spacca in due l’opinione pubblica ancora prima che venga proiettato il primo fotogramma. A lanciarla, con l’ironia tagliente di chi sa esattamente dove mettere il dito nella piaga, è Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria del Concorso principale. Durante la conferenza stampa ufficiale, la regista di La figlia oscura e La sposa ha affrontato uno dei temi più scottanti di questa edizione: la presenza ridottissima di registe nella selezione principale.

“Forse è vero: gli uomini sono superiori alle donne ed è per questo che ci sono più registi maschi e, per giunta, fanno anche film migliori delle donne”. La battuta, volutamente provocatoria, è servita alla Gyllenhaal per introdurre un ragionamento più serio e articolato su quello che definisce un problema strutturale dell’industria cinematografica globale. Perché dietro l’ironia c’è un dato che fa rumore: quest’anno, tra i film in concorso al Lido, solo due sono diretti o co-diretti da donne.

Si tratta di Woman Unknown di May el-Toukhy e NAZA, co-diretto da Rachel Szor e Yuval Abraham. Un numero che stride ancora di più se confrontato con l’edizione 2025, quando le registe erano sei. Un crollo verticale che ha sollevato interrogativi e polemiche ancora prima dell’inaugurazione della kermesse. Come si spiega questo passo indietro in un momento storico in cui la sensibilità verso la parità di genere dovrebbe essere ai massimi livelli?

Secondo Gyllenhaal, la questione ha radici profonde che vanno ben oltre la semplice selezione dei film. Il problema principale, per la regista e attrice statunitense, riguarda l’accesso ai finanziamenti. Le donne, sostiene, incontrano difficoltà maggiori nell’ottenere i fondi necessari per realizzare i loro progetti cinematografici. Senza soldi, senza film. E senza film, nessuna possibilità di competere nei grandi festival internazionali.

Ma non è solo una questione economica. Esiste anche una dimensione culturale che pesa come un macigno. Le esperienze di vita diverse, i vissuti differenti portano le registe a esplorare temi che spesso spiazzano chi deve decidere di finanziarli. Storie che non sempre vengono considerate “arte di alto livello” secondo i parametri tradizionali, ancora largamente maschili, dell’industria cinematografica.

“È passato troppo poco tempo da quando le donne hanno avuto l’opportunità di girare film”, riflette Gyllenhaal, “e ci vorrà del tempo per abituarsi al fatto che molte di loro li girano in modo diverso dagli uomini”. Una considerazione che solleva un punto cruciale: il canone estetico e narrativo del cinema è stato costruito per decenni quasi esclusivamente da uomini, e scardinare questi schemi richiede tempo e, soprattutto, volontà politica e culturale.

Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra, ha respinto le accuse di pregiudizio di genere nella selezione. “Nel lunghissimo processo di selezione dei film non c’è stato alcun pregiudizio su forma e contenuto delle opere. L’unico criterio è stato sempre la qualità”, ha dichiarato. Barbera ha fatto notare che l’anno scorso le registe erano sei, a dimostrazione che non esisterebbero pregiudizi strutturali nella scelta.

“Per noi quel che ha sempre contato è la capacità di tradurre la propria visione rispetto a un determinato soggetto, qualunque esso sia, in una forma compiuta, convincente, soddisfacente“. Una difesa legittima, ma che non convince del tutto chi vede nel numero ridotto di registe il sintomo di un problema che parte molto prima della selezione festivaliera: nelle case di produzione, nelle decisioni di finanziamento, nelle opportunità di accesso al sistema.

La questione sollevata da Gyllenhaal va oltre Venezia e tocca l’intero sistema dei festival cinematografici internazionali. Valérie Donzelli, presidente della giuria di Orizzonti, ha ampliato la riflessione includendo anche la scarsa visibilità di alcuni generi cinematografici, come la commedia, che secondo lei i festival tenderebbero a penalizzare. Un problema nel problema: non solo le registe hanno meno opportunità, ma anche certi linguaggi espressivi vengono considerati meno nobili.

Durante la conferenza stampa, Gyllenhaal ha affrontato anche il rapporto tra cinema e politica, tema sempre divisivo ma mai così attuale. Alla domanda se il cinema debba essere politico, la regista ha risposto senza esitazioni: “I film sono fondamentalmente e inevitabilmente politici“. Ha riconosciuto il contrasto stridente tra parlare di cinema in un momento segnato da guerre e tensioni internazionali, ma ha individuato proprio nell’empatia una delle ragioni fondamentali per continuare a farlo.

“Potremmo chiederci: come possiamo essere qui a parlare di film proprio adesso, quando il mondo si trova in uno stato di emergenza? Per me la risposta ha qualcosa a che fare con l’empatia. Penso che il cinema offra un’apertura, un’opportunità per trovare empatia dentro di noi”. Secondo la presidente della giuria, quando il cinema è realizzato con empatia, diventa inevitabilmente politico. Non esistono argomenti off-limits e le storie più estreme possono diventare uno strumento per interrogarsi sulla natura umana. La questione centrale, però, è lo sguardo che il regista pone nel mettere in scena anche personaggi corrotti o perversi.

“Se i film hanno uno sguardo onesto sull’esperienza degli altri, allora sono inevitabilmente opere importanti”, ha spiegato Gyllenhaal. La provocazione della regista sul Lido veneziano ha riacceso un dibattito che ciclicamente torna a galla nei grandi appuntamenti cinematografici internazionali. Il problema non è nuovo, ma i numeri di quest’anno lo rendono particolarmente evidente. Da sei a due registe in un anno: un passo indietro che fa rumore e che costringe a interrogarsi su quanto ancora ci sia da fare per garantire parità di opportunità nell’industria cinematografica. A far discutere è stato anche il commento di Nicolas Maupas sulla Palestina.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.