Melissa Satta ha deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Nel podcast “Non lo faccio per moda” di Giulia Salemi, l’ex velina di Striscia la Notizia ha scelto la strada della schiettezza, abbandonando il bon ton per un racconto senza filtri del suo percorso professionale e delle differenze sostanziali tra il mondo della televisione tradizionale e quello dei social media. Le sue parole hanno il sapore di una rivendicazione generazionale, di chi ha conosciuto la fatica vera prima del successo.
“Tutti pensano che fare la velina significasse non fare niente“, attacca Satta con una punta di orgoglio nella voce. Ma la realtà dietro quei trenta secondi di stacchetto sul bancone più famoso d’Italia era ben diversa. “Quando Antonio Ricci ti sceglieva ti metteva a fare danza, ore e ore in sala prove, telepromozioni. C’era una vera e propria gavetta da fare, con degli orari precisi, dovevi stare a disposizione“. Una disciplina quasi militare, lontana anni luce dall’immagine superficiale che spesso accompagna quel ruolo.
L’ex velina rivendica con fermezza la dignità di quel lavoro: “Eri una dipendente a tutti gli effetti, ti insegnavano a entrare nel mondo del lavoro a 360 gradi“. Una schedule pesantissima, regole ferree da rispettare, una scuola di professionalità che andava ben oltre il semplice balletto televisivo. Era un ingresso formale nel mondo dello spettacolo, con tutto ciò che comportava in termini di responsabilità e impegno.
Il contrasto con il mondo delle influencer diventa inevitabile e Melissa non usa mezzi termini: “Con le influencer non è così, ti gestisci tu. Però, anche qui, sei un influencer se davvero comunichi qualcosa, non è che hai quattro follower e allora ti chiami influencer”. Una frecciata che non lascia spazio a interpretazioni, diretta verso quella fauna digitale che confonde la popolarità immediata con la costruzione di una carriera solida.
La showgirl analizza anche il cambiamento epocale che ha investito il piccolo schermo: “Con la nascita dei social le ragazze giovani ambivano ad altro e il ruolo della velina ha perso molto. Prima c’era solo la tv e i posti erano per pochi eletti. Ambivi a entrare in quel mondo. Oggi non è più così”. Una trasformazione che ha ridisegnato completamente le aspirazioni delle nuove generazioni, spostando il baricentro del successo dalla televisione ai feed di Instagram.
Sulla chiusura di Striscia la Notizia, Satta non nasconde il dispiacere ma dimostra lucidità nell’analisi: “Mi è dispiaciuta perché ci sono affezionata, però capisco che il mondo è andato avanti. La comunicazione è cambiata, così come le esigenze della gente“. Il programma che l’ha lanciata rappresenta un pezzo di vita insostituibile, ma la consapevolezza che i tempi cambiano prevale sulla nostalgia.
“Il modo di comunicare, le esigenze della gente sono cambiate e quindi ci sta che un programma nato tantissimi anni fa non porti più quel successo a casa”, continua. Un’ammissione che pesa ma che testimonia maturità. “Forse dovevano trovare un modo per modernizzarlo un po’, ma non era neanche facile, perché Striscia era Striscia, quindi cambiarlo non sarebbe stata neanche più Striscia. È stata una decisione dolorosa, ma andava presa”.
Dal viale del tramonto televisivo, la conversazione si sposta su terreni più rosei: la relazione con Carlo Gussalli Beretta, rampollo dell’omonima dinastia milanese. Un amore nato nel modo più contemporaneo possibile, attraverso uno schermo. “Ci siamo conosciuti su Instagram“, rivela Melissa con semplicità. “Da lì è stato bravo, ha avuto il coraggio di scrivermi, ed è nata una conversazione. Sono stata carina, poi in quel periodo ero single“.
La coppia, che procede a vele spiegate con tanto di voci di nozze imminenti, ha dovuto fare i conti con le critiche legate alla differenza d’età: lui ha 11 anni meno di lei. Ma Satta liquida la questione con filosofia disarmante: “Ci sono persone che devono maturare prima perché hanno delle responsabilità, degli obblighi, doveri da rispettare, persone che invece ci mettono molto di più”. L’età, insomma, è solo un numero sulla carta d’identità, non un indicatore affidabile di maturità o compatibilità.
