Per anni Robbie Williams ha convissuto con una mente che definisce imprevedibile, caotica, capace di concentrarsi al mille per cento su un’ossessione e di ignorare completamente tutto il resto. Ora, a 52 anni, ha finalmente trovato una chiave di lettura che gli permette di dare un senso a comportamenti e meccanismi mentali che per decenni lo hanno lasciato spiazzato. Il cantante britannico ha rivelato pubblicamente di aver scoperto di essere autistico, una diagnosi che si aggiunge a quelle precedenti di ADHD e sindrome di Tourette.
La rivelazione è arrivata durante un incontro a Londra organizzato per presentare la sua nuova linea di abbigliamento. Con il tono ironico e disarmante che lo contraddistingue, Williams ha dichiarato: “Ho l’ADHD e ho appena scoperto di avere anche un po’ di autismo, cosa che adoro perché spiega così tante cose“. Non un dramma, non una confessione sofferta, ma quasi un sollievo. Come se finalmente avesse trovato il manuale di istruzioni per decifrare se stesso.
La diagnosi di autismo rappresenta per Williams quello che lui stesso ha definito scherzosamente un “lasciapassare“: “Ora è la mia carta ‘esci gratis di prigione’. Per tutte le stranezze che faccio posso semplicemente dire: scusate, sono autistico“. Dietro l’ironia, però, c’è una verità profonda. Dare un nome a ciò che si prova permette di smettere di sentirsi sbagliati, di comprendere che certi comportamenti non sono difetti di carattere ma il modo in cui un cervello neurodivergente elabora il mondo.
Il cantante ha spiegato la differenza che percepisce tra le sue condizioni. L’ADHD gli permette di concentrarsi totalmente su qualcosa, “al mille per cento“, ma su tutto il resto proprio non ci riesce. “Chiedetelo ai miei figli”, ha aggiunto con autoironia. Ciò che lo ossessiona completamente è creare immagini e cose divertenti, un processo che gli permette di non pensare a se stesso. Quando il suo cervello incredibilmente creativo è impegnato in questa direzione, non ha modo di fissarsi su ciò che lo spaventa o lo manda nel panico.
Robbie Williams reveals autism diagnosis: ‘It explains so much’ https://t.co/8c7xdMdE9V pic.twitter.com/kBnUfVyk3z
— The Independent (@Independent) August 14, 2026
Ma quando quella valvola di sfogo creativa non è attiva, la situazione si complica. Williams ha raccontato un episodio recente che illustra perfettamente il livello di caos mentale con cui convive quotidianamente. Seduto su un aereo, il cantante si è ritrovato a immaginare uno scenario assurdo e angosciante: “E se avessi la telecinesi e i miei pensieri intrusivi dicessero all’aereo di schiantarsi? Questo è il livello di follia con cui ho a che fare“. Un pensiero che per molti sarebbe una fantasia passeggera diventa per lui un tormento reale, una spirale di ansia che deve imparare a disinnescare concentrando il cervello su qualcos’altro prima che siano le preoccupazioni a prendere il sopravvento.
I pensieri intrusivi non sono una novità nella vita di Robbie Williams. In passato aveva raccontato di collegarli alla sindrome di Tourette, condizione di cui aveva parlato per la prima volta nel podcast “I’m ADHD! No You’re Not”. Nel suo caso, la sindrome è “invadente“: scoppi d’ira tenuti per sé, sfoghi mentali repressi, pensieri così intensi che nemmeno uno stadio pieno di decine di migliaia di fan urlanti riesce a placarli. “Penseresti che uno stadio pieno di persone che ti dichiarano il loro amore possa funzionare come distrazione, invece qualunque cosa ci sia dentro di me non riesco a sopportarla“, aveva ammesso.
Questa rivelazione smaschera un paradosso straziante: un uomo che ha dedicato la vita a intrattenere le masse, a far cantare e ballare milioni di persone, vive ogni esibizione dal vivo come un’esperienza terrorizzante. “La gente pensa che io sia elettrizzato all’idea di andare in tour e suonare dal vivo. Tutt’altro, in realtà sono terrorizzato“, ha spiegato. Ogni luogo al di fuori del letto è per lui una zona di disagio, e la sua salute mentale influenza profondamente anche le tournée che dovrebbero rappresentare il trionfo della sua carriera.
La storia di Williams è anche quella di un ragazzo entrato troppo giovane nella macchina della fama con i Take That, travolto da un successo smisurato che non era preparato a gestire. Dopo l’esplosione mediatica, ha iniziato a soffrire di depressione e ha dovuto affrontare più volte percorsi di riabilitazione per liberarsi dalla dipendenza da alcol e droghe. Le fragilità psicologiche non diagnosticate, unite alla pressione di essere una pop star globale, hanno creato una tempesta perfetta che lo ha portato sull’orlo del baratro più volte.
Parlando con NME nel 2024, in occasione dell’uscita del biopic “Better Man“, Williams aveva già accennato alla possibilità di essere nello spettro autistico, definendola “uno strumento utile per un regista che vuole sfruttarla“. Aveva raccontato: “Uno dei miei punti di forza, essere ADHD, neurodivergente ed essere nello spettro, è che non colgo i segnali delle cose che non si dovrebbero dire, finché quello che ho detto non arriva alle orecchie della persona e questa fa una faccia scioccata. E io dico: ho fatto qualcosa?”. Un’ammissione di come la neurodivergenza possa essere insieme un dono e una maledizione, una fonte di creatività straordinaria e di imbarazzo sociale.
