Il calcio italiano perde uno dei suoi volti più riconoscibili. Sandro Mazzola è morto all’età di 83 anni: simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera, campione d’Europa con la Nazionale e protagonista di un’epoca nella quale il suo nome finì per diventare inseparabile dai colori nerazzurri. A dare l’annuncio è stata proprio l’Inter, il club nel quale aveva trascorso tutta la sua carriera da calciatore.
Mazzola era da tempo alle prese con una malattia. Se n’è andato dopo aver attraversato oltre sessant’anni di storia del calcio italiano, prima sul campo e successivamente come dirigente e volto televisivo. E con una storia personale che era cominciata molto prima che diventasse uno dei calciatori più importanti della sua generazione. Sandro aveva appena sei anni quando perse suo padre Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino morto il 4 maggio 1949 nella tragedia di Superga. Un cognome enorme con il quale avrebbe dovuto confrontarsi per tutta la vita, ma dal quale riuscì progressivamente ad affrancarsi costruendo una carriera che non avrebbe avuto bisogno di paragoni.
Fu l’Inter a diventare la sua casa. Mazzola vestì la maglia nerazzurra dal 1961 al 1977, senza giocare per nessun’altra squadra nella sua carriera professionistica. Diciassette stagioni durante le quali diventò uno degli uomini simbolo della formazione allenata da Helenio Herrera e contribuì a portare il club ai vertici del calcio europeo e mondiale. Il suo palmarès racconta da solo quella stagione irripetibile: quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1965 fu anche capocannoniere della Serie A con 17 reti, mentre l’anno precedente aveva chiuso in testa alla classifica marcatori della Coppa dei Campioni con sette gol.
Una delle immagini destinate a rimanere nella storia arrivò nel 1964. Nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, giocata al Prater di Vienna, Mazzola segnò due volte nel 3-1 che consegnò all’Inter la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Dopo quella partita Ferenc Puskás, che aveva conosciuto e affrontato suo padre Valentino, volle incontrarlo e gli consegnò la propria maglia. Un passaggio quasi simbolico tra la storia del padre e quella che Sandro ormai stava scrivendo da solo.
Ma Mazzola non fu soltanto Inter, visto che con la Nazionale italiana disputò 70 partite e segnò 22 gol, conquistando l’Europeo del 1968 e partecipando a tre Mondiali. A Messico 1970 arrivò fino alla finale persa contro il Brasile, in un torneo ricordato anche per la celebre staffetta con Gianni Rivera. La sua capacità di occupare ruoli diversi lo rese uno dei giocatori più completi della sua generazione. Poteva giocare da seconda punta, mezzala, centravanti e, con il passare degli anni, arretrare per partecipare maggiormente alla costruzione del gioco. Velocità, dribbling e lucidità davanti alla porta erano diventati i suoi tratti distintivi, insieme a quei baffi che finirono per trasformarsi quasi in un marchio.
Quando smise di giocare nel 1977, il rapporto con il calcio non si interruppe. Mazzola continuò a lavorare come dirigente, anche nell’Inter, e successivamente diventò una presenza familiare per milioni di italiani grazie alla televisione, dove lavorò a lungo come commentatore e opinionista. Nel 2014 arrivò anche l’ingresso nella Hall of Fame del Calcio Italiano, mentre il CONI gli conferì la Medaglia d’Oro per meriti eccezionali. Un riconoscimento a una carriera che aveva ormai superato persino il peso di quel cognome con cui tutto era cominciato.
L’Inter lo ha salutato definendolo “uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra”. Per ricordarlo, la FIGC ha disposto un minuto di raccoglimento prima di tutte le partite delle competizioni in programma nel fine settimana, mentre le bandiere nella sede federale di Roma e a Coverciano sono state messe a mezz’asta. Il CONI ha inoltre invitato tutte le federazioni a osservare un minuto di silenzio nelle manifestazioni sportive del weekend. I funerali di Sandro Mazzola si terranno lunedì 21 settembre alle 14:45 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Se ne va così uno degli ultimi grandi simboli di un calcio molto diverso da quello di oggi. Un uomo entrato nel pallone portandosi addosso il nome di un padre diventato leggenda troppo presto e che, alla fine, è riuscito nell’impresa forse più difficile: fare in modo che il nome Mazzola raccontasse due storie immense, e non una soltanto.
