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La mattina del 21 settembre 2026 ha segnato un capitolo inedito nella giurisprudenza italiana. Mario Adinolfi, giornalista ed ex parlamentare, è stato trasferito dal regime degli arresti domiciliari al carcere. Il motivo dell’aggravamento della misura cautelare ha dell’incredibile per la sua apparente banalità: l’utilizzo reiterato dei social network, in violazione delle prescrizioni imposte dall’ordinanza cautelare. A dare per primo la notizia è stato lo stesso Adinolfi, attraverso un post pubblicato su Facebook prima del trasferimento. “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto“, ha scritto il leader del Popolo della Famiglia, accompagnando il messaggio con una foto dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari.

Il provvedimento è stato eseguito dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma, su delega della Procura capitolina. Secondo quanto riportato dalle fonti investigative, l’aggravamento della misura si è reso necessario a causa della “reiterata e sistematica violazione delle prescrizioni contenute nell’originaria ordinanza cautelare“. Il divieto era chiaro: nessun utilizzo di dispositivi telefonici, informatici e telematici, fatta eccezione per i contatti con il proprio difensore.

Eppure Adinolfi non si è fermato. Le Fiamme Gialle hanno documentato un numero significativo di violazioni: ben 49 articoli pubblicati sul blog online substack e 23 post sul suo profilo Facebook, tutti diffusi con cadenza quotidiana durante il periodo di detenzione domiciliare. Un’attività che, secondo gli inquirenti, ha assunto “rilievo determinante nella rivalutazione del quadro cautelare, con ulteriore rischio di reiterazione del reato e pericolo di inquinamento probatorio“.

L’avvocato Pablo De Luca, legale dell’ex parlamentare, ha immediatamente preso posizione definendo la decisione “piuttosto perplessa” e annunciando ricorso nelle sedi opportune. “È il primo caso in Italia di un arresto avvenuto perché una persona scrive sui social”, ha dichiarato il difensore, ribadendo la linea difensiva già espressa nel post del suo assistito.

Ma quale strada ha portato Adinolfi dall’arresto agli domiciliari di luglio al carcere di settembre? La vicenda giudiziaria che lo riguarda affonda le radici in un’indagine complessa, avviata sulla base di plurime denunce-querele presentate da persone che gli avevano affidato ingenti somme di denaro. I querelanti credevano di partecipare a un “Betting Group” denominato “Scommessa Collettiva”, un sistema ideato e promosso proprio attraverso i social network.

Le accuse a carico di Adinolfi sono pesanti quali truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Secondo le ricostruzioni investigative, molte delle persone coinvolte non hanno ottenuto, in tutto o in parte, la restituzione delle somme versate né la remunerazione promessa. Già al momento dell’arresto di luglio erano stati sequestrati 400mila euro.

@skytg24 Mario Adinolfi, giornalista ed ex parlamentare, arrestato lo scorso 8 luglio, perché coinvolto in una indagine della procura di Roma con le ipotesi di reato di truffa aggravata e continuata, è stato portato in carcere nella mattina di lunedì 21 settembre. Per Adinolfi sarebbe stato disposto un aggravamento della misura cautelare per aver comunicato via social durante la detenzione domiciliare. #skytg24 #news ♬ audio originale – Sky tg24

L’inchiesta ha fatto emergere dettagli inquietanti. Secondo quanto emerso dalle indagini, Adinolfi avrebbe utilizzato circa 1,6 milioni di euro raccolti attraverso la “Scommessa Collettiva” per fini personali: dall’acquisto di una barca a viaggi di piacere, fino a doni fatti con i soldi dei clienti, come riportato nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari. Durante l’interrogatorio di garanzia di luglio, il giornalista aveva respinto con veemenza le accuse, perdendo le staffe e andando all’attacco. “Non sono un lestofante, uno che frega le vecchiette”, aveva dichiarato con fermezza. Una delle presunte vittime aveva invece raccontato: “In radio parlava di Dio, credevo in lui ma mi ha rovinato, mi ha portato via i risparmi di una vita“. Parallelamente al procedimento penale, è arrivata anche una condcondanna in sede civile: Adinolfi è stato infatti obbligato a risarcire 62mila euro a un ricorrente, con il giudice che ha definito i rendiconti di “Scommesse Collettive” come “pura fantasia“.

Ora, con il trasferimento in carcere, la vicenda giudiziaria entra in una fase ancora più delicata. La vicenda rappresenta un banco di prova per il sistema giudiziario italiano, chiamato a bilanciare esigenze investigative, rispetto delle misure cautelari e diritti fondamentali in un’epoca in cui la comunicazione digitale è diventata parte integrante della vita quotidiana. Un caso che, indipendentemente dall’esito processuale, segnerà un precedente nella giurisprudenza nazionale sul rapporto tra detenzione domiciliare e utilizzo dei social network.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.