Bad Bunny finisce anche nella campagna elettorale brasiliana ed a pochi giorni dalle elezioni presidenziali del 4 ottobre, una delle canzoni più politiche della superstar portoricana è diventata la colonna sonora di uno spot di Luiz Inácio Lula da Silva. E dietro la scelta del brano c’è un messaggio che porta inevitabilmente fino a Donald Trump.
La campagna del presidente brasiliano ha utilizzato Lo Que Le Pasó a Hawaii, brano contenuto nell’album Debí Tirar Más Fotos, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dal team dell’artista. La canzone non è stata però semplicemente inserita nel video nella sua versione originale: è stata adattata in portoghese e riarrangiata in chiave forró per trasferire il suo messaggio direttamente alla realtà brasiliana. Il video, pubblicato sui social di Lula il 23 settembre, si apre con la voce di Wagner Moura. L’attore parte dall’origine del cognome Silva e dall’identità del Brasile, mentre successivamente scorrono immagini della popolazione, della foresta amazzonica e delle risorse naturali del Paese.
La scelta di Lo Que Le Pasó a Hawaii non è casuale. Nel brano originale Bad Bunny utilizza infatti il caso delle Hawaii per raccontare le proprie preoccupazioni per Porto Rico, affrontando temi come la gentrificazione, la perdita del territorio e il rischio che l’identità dell’isola venga progressivamente cancellata. La campagna di Lula ha preso quel concetto e lo ha trasportato in Brasile. Nella nuova versione entrano così in gioco fiumi, spiagge e soprattutto le terre rare, risorse diventate centrali nel discorso sulla sovranità economica del Paese.
Do Latim, Silva é a própria selva: a raiz que brota do solo, o verde que resiste e a força viva da terra.
Durante séculos quiseram diminuir a nossa gente, mas foi na garra, no suor e na dignidade que cada Silva construiu este país.
A nossa força não se curva, a nossa bandeira… pic.twitter.com/iwujl0ojq0
— Lula (@LulaOficial) September 23, 2026
Ma nel filmato compaiono anche riferimenti molto più espliciti agli Stati Uniti. Tra le immagini utilizzate ci sono infatti Donald Trump e sostenitori bolsonaristi con bandiere americane, mentre l’intero spot costruisce il proprio messaggio intorno alla necessità di difendere l’indipendenza e le risorse del Brasile dalle pressioni esterne. Un tema che negli ultimi mesi ha trovato proprio in Bad Bunny uno dei suoi protagonisti più visibili negli Stati Uniti. L’artista portoricano ha criticato apertamente le politiche migratorie dell’amministrazione Trump e, durante i Grammy 2026, aveva utilizzato il palco per schierarsi contro l’ICE e dedicare il proprio discorso agli immigrati.
Il rapporto tra il cantante e l’amministrazione statunitense aveva vissuto un altro capitolo soltanto poche settimane fa, quando il governo americano aveva utilizzato senza la sua autorizzazione La Mudanza come accompagnamento musicale di un video dedicato alle deportazioni. Ora una sua canzone entra invece, questa volta con il via libera del suo team, nella campagna presidenziale brasiliana. Questo non significa però che Bad Bunny abbia formalmente annunciato il proprio sostegno a Lula: al momento non risulta una dichiarazione pubblica dell’artista in questo senso. L’autorizzazione riguarda l’utilizzo e l’adattamento del brano nello spot elettorale.

La scelta ha comunque un peso particolare anche per la popolarità raggiunta dal cantante nel Paese. Il Brasile è diventato uno dei suoi mercati più importanti al di fuori dei Paesi di lingua spagnola e il suo pubblico locale è composto in larga parte da ascoltatori tra i 18 e i 34 anni. A pochi giorni dalle urne, quindi, Lula ha scelto di affidare parte del proprio messaggio sulla sovranità nazionale a una delle star musicali più riconoscibili del momento.
Bad Bunny non ha detto ai brasiliani per chi votare, ma ha autorizzato una delle sue canzoni più politiche a diventare parte della campagna elettorale. Intanto Donald Trump continua a far discutere anche per la sua strategia comunicativa: proprio nei giorni scorsi dalla Casa Bianca è partita Trump TV, una diretta attiva 24 ore su 24 che negli Stati Uniti ha già scatenato la polemica, con alcuni critici che l’hanno definita una vera e propria “TV di Stato”.
