Non è mai cosa saggia iniziare delle chiacchiere attorno un videogioco, tirandone in ballo un altro, ma gli ultimi mesi per quanto riguarda il mio rapporto con Destiny prima e Marathon poi è fortemente cambiato.
Ormai mi sono rassegnato alla chiusura di Destiny, senza alcun rammarico dato che l’ho vissuto in tutti e i suoi dodici anni di attività, su Marathon qualche attesa l’avevo, ma in mano mi sono trovato un progetto che non è mai riuscito ad esprimere la sua potenzialità, al netto di una sua natura purtroppo estremamente legata alla fruizione online, in cooperativa. Sia chiaro, Marathon è un ottimo gioco, che funziona in tutto quello che propone, ma non ho altro motivo per dedicarci oltre quelle due orette a settimana. Massimo. Il pensiero è stato comune un po’ a tutti e visti i tagli di Bungie, insomma, nessuno se la sta passando bene da quelle parti.
Dove funziona The Mound Omen of Cthulhu

Partendo dalla ferrea considerazione e certezza che il genere extraction è davvero difficile da piazzare al grande pubblico, tra i tanti titoli proposti, The Mound – Omen of Cthulhu mi è sembrato quello che più è riuscito a coniugare idee, estetica, tensione, con un gioco che ha tecnicamente tantissimi problemi, che si possono correggere con il tempo, ma indubbiamente ha quelle due o tre meccaniche che me lo hanno fatto piacere molto di più di una solidissimo Marathon.
Intanto l’ambientazione: siamo a metà del ‘600 e siamo chiamati ad esplorare un’isola apparentemente disabitata alla ricerca dei suoi tesori. Meccanica di gioco base semplicissima: si parte dal galeone, si firma un contratto per cui ci si impegna di tornare dalla spedizione con tesori antichi atti a coprire una certa somma in denaro e poi si parte per l’isola. Da lì è pura sopravvivenza tra pochissime scorte, segni (ovvero: cadaveri) di chi è passati lì prima di noi e qualcosa nell’aria, quel tanfo per cui sai che sta per succedere qualcosa.
L’indicatore della follia è lì sotto a indicarci che più ai punti vita, bisogna fare attenzione a quello che stiamo vedendo, assicurarci che sia davvero la verità.
Gli orrori cosmici prendono forma proprio da questi piccoli cavilli che manipolano quello che ci troviamo davanti. Un’idea semplice, ma amalgamata bene attorno un tronco tecnico che è pieno di buchi. Rallentamenti, movimenti di camera troppo frenetici pur regolandone le opzioni, hitbox spesso che non funzionano a dovere nello shooting e la sensazione che tutto l’approccio offensivo non abbia avuto molta cura.
Ma al netto di questo, le spedizioni di The Mound sono davvero avvincenti anche grazie ad un carretto che ci seguirà per tutto il gioco. Una sorta di inventario mobile dove posare gli oggetti di valore trovati e riorganizzare i nostri pochi slot per essere equipaggiati al meglio.
Una soluzione per l’industria?

Qui va fatto un discorso ben più complesso che, lo dico subito, non ha una risposta. In apertura si cita Marathon, titolo che ne abbiamo parlato in lungo e in largo e che purtroppo, sta cadendo sempre più nello stesso baratro oscuro in cui naviga Bungie.
Al momento il settore videoludico sta vivendo uno dei suoi periodi peggiori dopo la crisi di metà anni ’80, una riorganizzazione interna dove si è speso tanto, tantissimo, troppo, e ora sono rimaste davvero poche briciole, con i ricavi che sono sotto le stime più rosee.
Appare evidente dunque come sviluppatori e publisher abbiano bisogno di progetti vincenti, ma anche funzionali nell’esecuzione. Evitiamo di tirare in ballo ancora titoli come Expedition 33, giacché potrebbero già essere lo specchio di qualcosa che – forse – oggi potrebbe non più funzionare. E il discorso, o meglio il genere, dei cooperativi puntano spesso a quell’ecosistema sostenibile da server pieni, giocatori attivi e contenuti che vengono rilasciati periodicamente. Un live service, alla fine, ridimensionato, ma di quello parliamo. Dunque progetti che nella loro natura dovrebbero avere minori costi di produzione, cercando di mantenere un flusso interessante di entrate.
Una soluzione per lo sviluppo di videogiochi nel futuro? Forse. Come già scritto, un titolo del genere ha bisogno tanto di contenuti come di ottimizzazione tecnica, ma c’è bisogno di capire realmente lo status vitale dell’industria, che guarda spesso a cosa può fare con i pochi mezzi a disposizione che ha. The Mound in tal senso può essere una strada, più per la filosofia che la realizzazione.
