C’è una strana sensazione nel tornare a scrivere e trattare due dei videogiochi a cui ho legato momenti particolari della mia vita. Funziona così in qualche modo, vero? Un fumetto letto in un determinato posto, un libro finito in un altro luogo da dove si è iniziati, un film che ti colpisce dritto al cuore e un videogioco che in quel momento sembra stia parlando proprio a te. Che puoi nasconderti, ma poi ti arriva come una valanga in pieno viso.
Metal Gear Solid 4: Guns fo the Patriots per me è stato quel titolo che mi ha fatto fare pace con il mondo. Giocato solo un paio di anni dopo la sua uscita, mi ha coccolato in lunghissime serate di scrittura, di momenti in cui volevo vomitare al mondo quanto quello che avevo attorno mi stesse troppo stretto. La fine del ciclo di Snake, l’idea di ritornare a Shadow Moses per affrontare e chiudere il cerchio del passato è un placebo che serve per prenderti del tempo, rimodellare le idee e voltare pagina. Su qualunque titolo di Metal Gear ho sedimentato ricordi bellissimi, ma Guns of the Patriots è stato il titolo su cui mi sono detto che era ora di cambiare. Totalmente.
Sono passati molti anni, ma nella “ristrutturazione” di Konami, il lavoro di rilancio di Metal Gear è un’operazione preziosa. Se già durante la prima Master Collection 1 abbiamo avuto modo di saggiare la genesi del successo planetario del franchise, con la Master Collection 2 il lavoro è stato ancora più importante, infatti lo hanno scritto e sottolineato tutti e noi non siamo da meno: finalmente Metal Gear Solid 4 è libero dai vincoli tecnici e disponibile per tutti.
Metal Gear Solid 4, il capitolo perduto

La narrativa attorno Metal Gear Solid 4 è delle più semplici e, come spesso capita, la leggenda diventa sempre più grande e mito degli eventi reali. All’epoca della sua uscita, il team di Kojima aveva lavorato sullo sviluppo del nuovo gioco, interamente attorno l’architettura di PlayStation 3. Solo dopo diversi anni di preparazione, per poi iniziare a tutto tondo i lavori, gli sviluppatori si sono resi conto di della doppia faccia della medaglia della console Sony.
PlayStation 3 era una console potentissima, tra le più potente della sua generazione, ma progettare su tale hardware, era davvero complicato. Un’operazione secondaria che riorganizza le priorità per mettersi lì in cima. Dopo l’uscita del titolo, chiunque aspettava una conversione per altre console, ne è rimasto terribilmente scottato, dato che fu lo stesso Kojima a comunicare che, nonostante alcune conversioni erano assolutamente nei piani, l’ostacolo dell’ottimizzazione del gioco attorno PlayStation 3 era un problema non da poco. Passò il tempo e la paura di avere un gioco inchiodato sulla console Sony divenne una temibile verità.
Adesso presente nella Master Collection 2, il sogno di poter rimettere mano in modo organico e verticale a questo capitolo è sicuramente il motivo più allettante per cui è necessario munirsi di questo secondo giro di Collection, che non ha nel catalogo solo Guns of the Patriots, bensì anche un’altra chicca non conosciuta ai più, a meno che non avevate una PSP, ovvero Peace Walker.
L’importanza di Peace Walker

Da molti etichettato come un progetto di poco interesse, Metal Gear Solid Peace Walker è invece uno dei tasselli più importanti del franchise, per risvolti narrativi quanto per le idee. Infatti se avete trovato appagante e soddisfacente tutta la gestione della Mother Base in Metal Gear Solid The Phantom Pain, dovete ringraziare in prima battuta proprio Peace Walker. Questo sistema fu brevettato proprio in questo capitolo, pura sperimentazione che, non potendosi muovere in termini narrativi dopo gli eventi di Guns of the Patriots, ci porta nuovamente tra le braccia dell’amatissimo Big Boss.
Non solo Metal Gear Solid 3 Snake Eater è considerato uno dei migliori capitoli del franchise, bensì ne è una diretta evoluzione narrativa, toccando vertici che mai ci si sarebbe potuti aspettare, dove la “delusione” di non avere una nuova avventure di Solid Snake, lascia spazio all’amore e ammirazione che comincerà a sedimentare in ognuno di noi, dopo la prima conoscenza di Big Boss, combattente leggendario che abbiamo sempre sentito nominare. Qui finalmente conosciamo la sua storia e Peace Walker continua quella storia.
Al netto della gestione dell’avventura in missioni, con piccole mappe di esplorazione e organizzazione degli obiettivi, tutta la parte “gestionale” era così croccante che anche Kojima si rese conto di dover ampliare tutto quel sistema, dove spesso è proprio lui che cerca di ripetere qualcosa, anche se funzionale in termini di meccaniche.
E al netto dei primi tre Metal Gear, questa Master Collection 2 forse ha più il sapore di leggenda per quello che porta in dono, muovendosi proprio nelle sfumature dei giochi che più hanno segnato il franchise, con la libertà di Metal Gear Solid 4, un serpente che finalmente trova la sua strada per arrivare ovunque e Peace Walker, le origini del tanto amato e criticato The Phantom Pain. Adesso, in qualche modo, è già tempo, ancor prima di rivedere i titoli di coda di questi giochi, di cominciare a fantasticare su una Master Collection 3, chiudere la trilogia e includere tutto quello che è rimasto fuori, tra spin-off e capitoli finali ridefiniti.
