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La musica che ascolti ogni giorno mentre vai al lavoro, in palestra o durante una serata rilassante potrebbe non essere stata creata da esseri umani. E no, non è la premessa di un film di fantascienza distopico, ma la realtà dell’industria musicale nel 2026. Da metà settembre, Spotify introdurrà un sistema di etichettatura che cambierà radicalmente il modo in cui percepiamo gli artisti sulla piattaforma: un badge specifico per identificare gli “AI Personas“, ovvero profili di artisti generati interamente dall’intelligenza artificiale.

La decisione del colosso svedese dello streaming arriva dopo mesi di dibattito sempre più acceso tra fan, musicisti e addetti ai lavori. La questione è semplice quanto inquietante: quante delle canzoni che ascoltiamo quotidianamente sono il frutto del lavoro di un algoritmo piuttosto che di un essere umano in carne e ossa? E soprattutto, ha senso continuare a fingere che non faccia differenza?

Il nuovo badge apparirà sui dispositivi mobile in diversi punti strategici: sul profilo degli artisti, sia nel banner che nella sezione informativa, nei risultati di ricerca e persino sulle playlist, accanto al titolo del brano. Un marchio digitale che funzionerà come una sorta di “certificato di autenticità al contrario”, segnalando che dietro quel nome artistico accattivante non c’è una persona reale, ma un’entità generata artificialmente.

Ma l’etichetta è solo la punta dell’iceberg. La vera rivoluzione sta in quello che Spotify farà con questi contenuti: per impostazione predefinita, la musica prodotta dagli AI Personas sarà esclusa dalle raccomandazioni personalizzate e da quelle editoriali. In altre parole, gli algoritmi di Spotify non ti suggeriranno più questi brani nella tua Discover Weekly o nelle playlist curate dalla piattaforma. Una scelta che va ben oltre la semplice trasparenza.

L’obiettivo dichiarato è duplice. Da un lato, proteggere gli utenti dai deepfake musicali, quelle tracce che simulano alla perfezione la voce e lo stile di artisti esistenti, ingannando anche gli ascoltatori più attenti. Dall’altro, tutelare i musicisti emergenti e meno seguiti, che rischiano di perdere preziosi stream a favore di produzioni artificiali capaci di saturare la piattaforma con migliaia di brani al giorno.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Secondo quanto riportato dal Guardian, già nel 2025 Spotify aveva rimosso ben 75 milioni di tracce spam dalla piattaforma. Settantacinque milioni. Un’enormità che fa capire l’entità del fenomeno e la rapidità con cui l’intelligenza artificiale è riuscita a infiltrarsi nell’ecosistema musicale.

Tra i casi più emblematici c’è quello dei Velvet Sundown, band che conta 117mila ascoltatori mensili e che solo ora verrà ufficialmente etichettata come creazione AI. Una realtà che il Guardian descrive come “qualcosa a metà tra umano e macchina”, una definizione che suona quasi poetica se non fosse per le implicazioni concrete sulla vita di migliaia di musicisti veri che lottano ogni giorno per emergere.

E poi c’è Eddie Dalton, forse il caso più clamoroso. Un artista completamente generato dall’intelligenza artificiale che è riuscito a piazzare più brani nella top 100 di iTunes, vendere 13mila copie fisiche e totalizzare oltre 600mila stream mensili. Eddie Dalton non esiste, eppure ha avuto più successo di centinaia di band in carne e ossa che magari suonano nei locali da anni.

Ma come funzionerà concretamente il sistema di identificazione? Dall’11 agosto gli artisti possono dichiarare volontariamente attraverso la piattaforma Spotify for Artists se il loro profilo corrisponde a un AI Persona. Tuttavia, Spotify ha chiarito che non si affiderà esclusivamente alle auto-dichiarazioni. Il servizio utilizzerà anche revisioni umane e strumenti investigativi basati, paradossalmente, proprio sull’intelligenza artificiale per scovare altri casi meritevoli di etichettatura.

Nel momento in cui un artista verrà riconosciuto come AI Persona da Spotify, riceverà una notifica e avrà due opzioni: auto-dichiararsi come tale oppure richiedere una nuova verifica. Un processo che ricorda vagamente i sistemi di identificazione delle fake news sui social network, con tutte le problematiche che questo può comportare in termini di accuratezza e possibili errori.

La posizione di Spotify sul tema è stata resa nota con una dichiarazione diretta: “Gli ascoltatori sono stati chiari nel dirci che non gli piace vedere un profilo di artista che sembra umano, solo per scoprire che il personaggio è generato dall’intelligenza artificiale“. Una presa di posizione netta che testimonia come il feedback degli utenti abbia giocato un ruolo fondamentale in questa decisione.

La questione solleva interrogativi profondi sul futuro della musica e sulla relazione tra tecnologia e creatività artistica. Da un lato, l’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento potente per la democratizzazione della produzione musicale, permettendo a chiunque di creare tracce di qualità professionale senza necessariamente possedere competenze tecniche avanzate. Dall’altro, rischia di trasformare la musica in una commodity prodotta in serie, dove l’elemento umano, con tutte le sue imperfezioni e la sua emotività, viene progressivamente marginalizzato.

C’è anche un aspetto economico da considerare. Gli artisti AI non hanno bisogno di tour, non richiedono percentuali sui diritti d’autore nella misura in cui li richiederebbero musicisti veri, e possono produrre quantità industriali di contenuti senza mai stancarsi. Un modello che, portato alle estreme conseguenze, potrebbe stravolgere completamente l’economia dell’industria musicale.

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Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.