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Cosa succederebbe se gli dei della mitologia norrena si reincarnassero in adolescenti norvegesi del ventunesimo secolo, costretti a combattere non contro giganti di ghiaccio ma contro l’inquinamento industriale e lo scioglimento dei ghiacciai? È questa la premessa audace di Ragnarok, serie originale Netflix che ha debuttato nel gennaio 2020 e si è conclusa nell’agosto 2023 dopo tre stagioni per un totale di dodici episodi.

Creata dal regista danese Adam Price per la casa di produzione SAM Productions, Ragnarok rappresenta la terza serie televisiva in lingua norvegese prodotta da Netflix, dopo Home for Christmas e Lilyhammer. Un progetto ambizioso che si regge su un delicato equilibrio tra teen drama, mitologia antica e denuncia ambientale, riuscendo a mantenere una coerenza narrativa che ha convinto la critica internazionale.

La storia si svolge a Edda, una piccola cittadina norvegese apparentemente tranquilla ma segnata da fenomeni climatici estremi: inverni inspiegabilmente caldi, acquazzoni improvvisi e violenti, ghiacciai che si sciolgono a ritmo allarmante. In questo scenario arrivano Magne e suo fratello minore Laurits, che tornano nel luogo dove il loro padre è morto anni prima in circostanze misteriose. Un incontro casuale con una donna anziana cambia tutto: dopo averlo toccato sulla fronte, qualcosa si risveglia in Magne. Il ragazzo impacciato scopre di possedere poteri sovrumani e di essere, in realtà, la reincarnazione di Thor.

Ma quali forze oscure minacciano Edda? La famiglia Jutul, potente dinastia industriale che controlla l’economia locale, nasconde un segreto inquietante: sono antiche creature divine, giganti e nemici ancestrali degli dei, responsabili dell’inquinamento che sta devastando l’ambiente circostante. Il conflitto tra bene e male si trasforma così in una battaglia contemporanea tra responsabilità ecologica e avidità industriale.

L’elemento più interessante di Ragnarok risiede proprio in questa ibridazione tra generi. La serie non si limita a essere un fantasy adolescenziale con superpoteri: utilizza la mitologia norrena come metafora per parlare della crisi climatica, dell’attivismo giovanile e delle responsabilità generazionali. Magne non è un supereroe tradizionale ma un ragazzo insicuro che deve imparare a gestire i suoi poteri mentre affronta le sfide tipiche dell’adolescenza: relazioni, identità, senso di appartenenza.

Accanto a lui, il fratello Laurits incarna Loki, dio dell’inganno, in una versione moderna che esplora temi di identità sessuale e ambiguità morale. Il cast, composto prevalentemente da volti sconosciuti al grande pubblico internazionale, include David Stakston nel ruolo di Magne, Jonas Strand Gravli come Laurits, e Synnøve Macody Lund, già vista in Headhunters e Millennium, nei panni di una dei Jutul. Herman Tømmeraas, Henriette Steenstrup e Gísli Örn Garðarsson completano un ensemble affiatato e carismatico che ha saputo dare credibilità a personaggi che oscillano tra realismo adolescenziale e dimensione mitica.

Ragnarok si distingue nel panorama delle produzioni Netflix per il suo approccio visivo: i paesaggi norvegesi, con fiordi, montagne e ghiacciai, diventano parte integrante della narrazione, quasi un personaggio aggiuntivo che sottolinea la bellezza di ciò che rischiamo di perdere. La fotografia fredda, dai toni nordici, contrasta con la passione e il calore dei conflitti umani e divini che si intrecciano.

La serie si inserisce in un filone sempre più popolare di teen drama che non si accontentano di essere semplice intrattenimento ma vogliono dire qualcosa: come Sex Education affronta la sessualità, Tredici il bullismo e il suicidio, così Ragnarok usa la mitologia per parlare di ambiente e responsabilità collettiva. Un messaggio quanto mai attuale in un’epoca in cui le giovani generazioni si fanno portavoce delle istanze ambientaliste con sempre maggiore urgenza.

Nonostante alcune critiche abbiano lamentato la brevità delle stagioni e un ritmo narrativo a volte irregolare, Ragnarok ha saputo costruirsi un pubblico fedele grazie alla sua capacità di mescolare elementi apparentemente inconciliabili: il dramma adolescenziale scandinavo, la mitologia fantasy e la denuncia sociale. Un esperimento riuscito che dimostra come le storie antiche possano essere reinventate per parlare ai problemi del presente.

Per chi cerca qualcosa di diverso dai soliti supereroi americani, per chi ama le atmosfere nordiche e le narrazioni stratificate, Ragnarok offre un viaggio in tre stagioni che vale la pena intraprendere. Perché a volte, per capire il presente, serve guardarlo attraverso gli occhi di chi viene dal passato più remoto.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.