Pubblicato da Edizioni BD J-POP manga, preceduto da due Quaderni di bozze in A4, il graphic novel intitolato Nanbanjin è il frutto di 7 anni di strenua collaborazione e scambi di “pennini” tra il francese Cyril Pedrosa e il giapponese Taiyo Matsumoto, due autori di primo piano della scena internazionale del fumetto.
E i numeri, qui, raddoppiano: quasi 500 a colori pagine, due copertine, due sensi di lettura e soprattutto due interpretazioni della stessa storia fanno di Nanbanjin un ibrido incantato, un’opera magistrale che – per la sua natura – potrebbe in realtà non piacere a tutti i lettori.
Ferunando

Era il 1543 quando le coste nipponiche cominciarono ad accogliere stuoli di navi provenienti dall’Europa, e due culture diametralmente opposte presero a influenzarsi a vicenda. Un marinaio e mercenario portoghese di nome Fernando naufraga nei pressi di una piccola isola giapponese, dopo che la sua nave e la sua ciurma sono state spazzate via dall’oceano.
L’uomo, il demone rosso, viene soccorso da Shobei, un vecchio pescatore che ha perso il figlio Taro in mare, portando ancora dentro di sé il dolore della perdita. Ma ciò che il mare toglie, il mare dà, e tra i due nasce progressivamente un rapporto di affetto e fiducia, nonché di rispetto reciproco, nonostante. Fernando, inizialmente guardato con sospetto a causa della sua imponente statura e dei suoi capelli rossi, comincia lentamente ad adattarsi alla vita dell’isola: impara i primi rudimenti della lingua, aiuta gli abitanti, stringe amicizia con i bambini e con gli altri membri della comunità e, soprattutto, costruisce un legame profondo con Shobei.
E quello che sembrava essere un incontro tanto tragico quanto casuale si trasforma in una possibilità di rinascita.
Proprio lui, un disilluso, un uomo segnato da conquiste, guerre e dolore, cittadino portoghese che uccideva in nome del re e di Dio, ora può ricominciare da zero. Eppure, dietro quel rifugio di katane e rituali, si cela qualcos’altro, e quell’apparente sicurezza non è destinata a durare.
Poco alla volta anche la società giapponese, con le proprie regole e costrizioni, comincia a esercitare un’influenza su Fernando, e quello che all’inizio appariva come uno spazio protetto diventa a poco a poco un luogo dal quale egli desidera fuggire. L’isola assume così un significato ambivalente: rappresenta contemporaneamente la possibilità di una nuova vita e il rischio di ritrovarsi nuovamente prigioniero delle regole di una società.
Ma perché proprio il 1543?

In più di un’intervista, Pedrosa racconta di essersi imbattuto per caso in un piccolo libro
intitolato La scoperta del Giappone da parte degli europei, che raccoglieva alcune cronache
dell’epoca: due narrate da portoghesi, una da un giapponese. Quelle testimonianze gli
mostrarono il primo contatto tra due culture agli antipodi, seppur raccontate attraverso punti
di vista completamente differenti. E fu proprio questa contrapposizione, definita da Pedrosa
una sorta di “incontro del terzo tipo” tra due forme estreme di alterità, a suggerirgli che ci
fosse una storia da esplorare. Ma con chi poteva condividere quest’onere e onore?
“Ho pensato subito al sensei Matsumoto. Pensavo che sarebbe stato ideale se un autore
giapponese avesse raccontato la stessa storia a modo suo.”
L’occasione arrivò al Festival di Angoulême nel 2019, quando i due poterono incontrarsi, e da
lì ebbe inizio l’avventura lunga 7 anni, tra incomprensioni e difficoltà dovute alla lingua.
Eppure, tali problematiche non furono un impedimento, bensì un “giovamento”, in quanto
entrambi divennero – in un certo qual modo – parte dell’esperienza stessa che il fumetto
voleva raccontare. Dopotutto, lavorare con qualcuno culturalmente lontano da noi ci esorta a
comprendere quanto il nostro sguardo sia condizionato dalla società di appartenenza: ciò
che noi diamo per scontato è spesso soltanto il nostro punto di vista. Un’idea che costituisce
il cuore della storia.
E se la ricerca storica è stata accurata, lo si deve soprattutto al lavoro di Matsumoto in
collaborazione – già collaudata – con lo storico Yoshihiko Sata. La consulenza ha riguardato
soprattutto il modo di vivere, le abitazioni, le strutture sociali e politiche dell’epoca, con
l’obiettivo di evitare imprecisioni, sebbene al centro della storia ci siano soprattutto le
relazioni umane, l’amicizia, l’amore e la possibilità di ricostruire la propria identità a mille
miglia di distanza da casa.
Nanbanjin: un uomo, due anime

Pedrosa e Matsumoto lavorano su un uomo solo: il medesimo soggetto, osservato e
sviscerato da prospettive differenti. Difatti, la sezione occidentale realizzata dall’autore
portoghese racconta esclusivamente di Fernando, e tutto ciò che il lettore vede passa
attraverso il suo sguardo, le sue emozioni e la sua personale percezione della realtà. Entriamo
nei suoi sogni, nei suoi ricordi e nei suoi pensieri, finché non approda sulle coste nipponiche.
Qui, Matsumoto compie un percorso inverso, abbandonando quel “fare interiore” adottato da
Pedrosa. Nella sua metà, è il protagonista a essere analizzato, spogliato e osservato sotto la
lente di ingrandimento dagli abitanti dell’isola, in quanto “troppo diverso” da ciò cui sono
abituati. Ferunando – come viene chiamato da Shobei – è un uomo gigantesco, dai capelli di
fuoco, che appare ai giapponesi quasi come un mostro, una bestia fantastica, una creatura
proveniente da un altro mondo: un oni, a tratti.
Così, il vecchio pescatore suo salvatore, i bambini incuriositi, i guerrieri e gli abitanti tutti
reagiscono ciascuno a modo proprio in sua presenza. Non c’è più un singolo punto di vista,
ma quello di una società composta da personaggi accomunati dalle stesse regole e
costrizioni: un po’ come in Takemitsu Zamurai, anche qui non è tanto lo straniero a osservare
gli altri, ma sono gli altri a osservare lui.
Queste differenze sono palesi anche sul piano grafico: mentre Matsumoto porta nell’opera il
suo personalissimo modo di intendere il manga, Pedrosa utilizza un linguaggio più pittorico. I
due stili non vengono uniformati, ma lasciati dialogare e confrontarsi in un cartonato gigante
che può essere consultato sia da destra verso sinistra (vantando una carta ruvida), sia da
sinistra verso destra (su carta lucida).
Eppure, tale notevole differenza tra i due approcci era presente già nella fase di scrittura:
mentre Pedrosa ha dichiarato di essere partito da una trama molto vaga, Matsumoto e la sua
compagna Saho hanno cominciato a elaborare la propria prospettiva nel dettaglio. Difatti, ad
esempio, alcuni elementi presenti nel racconto di Matsumoto dovevano rimanere sconosciuti
a Fernando e, viceversa, alcune informazioni della sua storia non dovevano essere accessibili
ai personaggi giapponesi. I due racconti dovevano dunque essere autonomi, ma al tempo
stesso incastrarsi perfettamente, convergendo intorno allo stesso nucleo narrativo, ma
cambiano sensibilità, ritmo, rappresentazione dei personaggi. Ed è per questo, forse, che
Fernando non è in grado di farsi un’idea della società che lo ritiene – inizialmente – un intruso,
osservando relativamente poco il mondo che lo circonda.
Ne nasce così un’accorata riflessione sull’incontro tra culture, sulla paura dell’ignoto e sulla
possibilità di superare le differenze attraverso la conoscenza e l’empatia in grado di
commuovere i fan del medium.
