Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone, volume edito da Panini DC Italia che raccoglie i primi 6 albi della serie regolare firmata da Kelly Thompson e dal disegnatore Hayden Sherman, è il manifesto concettuale alla base dell’Universo Absolute. Si tratta infatti di una lettura che rompe drasticamente con il passato della Principessa Amazzone configurandosi come la lettura più appagante in seno alla linea editoriale ma anche la più densa e stratificata.
Quando lo psicologo William Moulton Marston e l’artista Harry G. Peter crearono Wonder Woman sulle pagine di All Star Comics #8 (data di copertina dicembre 1941) il loro obiettivo non era semplicemente introdurre un equivalente femminile di Superman o Batman. Marston voleva sovvertire le dinamiche di potere della cultura patriarcale pre-bellica. La Wonder Woman della Golden Age non era solo un’ambasciatrice di pace o un’atleta sovrumana bensì una propulsiva forza socio-politica eversiva atta a dimostrare la superiorità morale, emotiva e psicologica del “matriarcato pacifico” nei confronti della violenza distruttiva dell’uomo.
La sceneggiatrice più decostruire ha deciso infatti di ricostruire. Eliminando gli orpelli mitologici a cui il personaggio, soprattutto in epoca moderna, ha fatto ricorso scava per rifondarne il mito e ridefinire il concetto stesso di eroismo al femminile. Per farlo, in questo primo arco narrativo, la Thompson usa un espediente immediato e concreto. Ad Absolute Wonder Woman viene sottratta la possibilità di definirsi verbalmente: non è possibile pronuciare la parola “amazzone”.
De-istituzionalizzare il mito: una Wonder Woman infernale

La modifica strutturale più profonda apportata da Kelly Thompson risiede nella completa riscrittura delle origini di Diana. Nel canone classico, Diana Prince cresce a Themyscira. Una comunità utopica, priva di uomini, fondata dalle Amazzoni sotto la protezione diretta delle dee dell’Olimpo. L’isola rappresentava un’oasi morale e tecnologica, un luogo di armonia e un ideale socio-politico. Diana, figlia della regina Hyppolita, lasciava l’isola come campionessa delle Amazzoni dopo “l’intrusione” di Steve Trevor – aviatore americano precipitato sull’isola – per portare il messaggio di pace e armonia nel “mondo degli uomini”.
In Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone, Thompson sgretola l’idea di comunità di cui sopra. La giovane Diana non cresce tra le calorose attenzioni delle sue “sorelle” né nel comfort filosofico e sociale di Themyscira bensì viene affidata ancora in fasce a Circe e viene allevata negli Inferi. Gli unici scambi sociali di Diana sono quelli con la sua madre adottiva e le mostruose creature che popolano l’Isola Selvaggia diventando contestualmente l’ultima custode di un retaggio perduto.
L’operazione è, superficialmente, del tutto simile a quella già applicata per Absolute Batman e Absolute Superman: rovesciare il canone classico. In questo caso specifico tuttavia vi è un sottile filo rosso che lega questo sovvertimento con l’idea originale di Marston.
Originariamente l’autore non concepì Themyscira come un luogo isolato e di isolamento ma come un laboratorio sociale la cui funzione era preparare Diana al confronto con il “mondo esterno”, dominato dalla barbarie di Ares, dio della guerra. Marston vedeva nel mondo patriarcale dell’epoca – scosso dalla Seconda Guerra Mondiale e dall’avanzata dei totalitarismi – un vero e proprio “inferno” di violenza e sopraffazione.
Kelly Thompson concretizza visivamente e narrativamente questa metafora: la formazione dell’eroina non avviene più in una utopia perfetta ma direttamente sul campo di battaglia della sofferenza. L’eroismo di Absolute Wonder Woman non nasce dal privilegio di un’educazione superiore ma dalla capacità di sopravvivere e di conservare la capacità di empatia e cura in quello che è il contesto più degradato e degradante per antonomasia.
L’autodeterminazione in Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone

Tra le scelte di scrittura più audaci e concettualmente dense di Kelly Thompson in Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone figura il divieto imposto a Diana di pronunciare la parola “amazzone”. In un’epoca narrativa in cui il brand dell’eroina è storicamente legato al mito guerriero delle Amazzoni, privare il personaggio della possibilità di autodefinirsi attraverso questo termine costituisce un dispositivo narrativo di straordinaria efficacia.
In primo luogo, vi è un aspetto legato alla de-costruzione dell’etichetta linguistica. Nel corso dell’evoluzione editoriale del personaggio, il termine “amazzone” è stato spesso reificato trasformandosi in uno stereotipo visivo e concettuale: la guerriera statuaria, fiera, esotica e dalla perfetta caratura morale. Privandola della possibilità di usare quella parola e quindi di autodefinirsi e autodeterminarsi, l’autrice costringe Absolute Wonder Woman a definire il proprio eroismo esclusivamente attraverso le azioni. Non è l’appartenenza a una stirpe leggendaria a renderla ciò che è ma la sua condotta etica, la sua resistenza al male e il suo rifiuto dell’oppressione.
In secondo luogo, la scelta dialogica crea un ponte diretto con la struttura teorica formulata da William Moulton Marston nei primissimi albi di Wonder Woman. Marston, influenzato dalle teorie psicologiche del comportamento e dalle prime istanze del femminismo della prima e seconda ondata, riteneva che la vera forza di Wonder Woman non risiedesse nella sua discendenza mitologica, ma nel suo “Amore Sottomesso” (Submissive Love). Un concetto teorico spesso frainteso, con cui lo psicologo indicava la capacità dell’individuo di sottomettere il proprio ego egoistico a una forza morale superiore, basata sull’empatia, sull’accoglienza e sulla tutela del prossimo.
Non potendosi definire verbalmente, la Thompson impedisce che Absolute Wonder Woman ricopra un ruolo pre-determinato. Diana non combatte perché è “un’amazzone tra i mortali”, ma perché riconosce nell’altro un valore da proteggere. Il mito cessa di essere una medaglia da esibire per diventare una pratica quotidiana, un’etica silenziosa ma inflessibile.
Dalla sottomissione-liberazione al femminismo militante

Per comprendere come si siano evolute le radici femministe del personaggio dal 1941 fino ad Absolute Wonder Woman, occorre analizzare la transizione del lessico politico e simbolico che caratterizza le due epoche.
Nelle storie della Golden Age curate da Marston e Peter, l’iconografia del fumetto era fortemente caratterizzata dal motivo della sottomissione e della liberazione dalle catene – il celebre bondage marstoniano. Nelle sue prime avventure, Diana veniva incatenata, legata o privata dei suoi bracciali dai nemici. La rottura fisica di quei gioghi catene non era una mera trovata d’azione, ma una precisa metafora politica: rappresentava la donna che si spezza le catene della dominazione patriarcale e della dipendenza economica per riaffermare la propria autonomia.
Nel lavoro di Kelly Thompson, la metafora della catena si evolve e si radicalizza. L’oppressione che Absolute Wonder Woman deve affrontare non è più rappresentata da catene fisiche poste da un singolo villain, ma da una minaccia sistemica, cosmica e stritolante, incarnata dalle forze demoniache che infestano la realtà. Le radici femministe della serie si riposizionano così su temi cruciali del dibattito contemporaneo.
In un contesto infernale dove domina la legge del più forte, l’atto femminista per eccellenza di Diana non è semplicemente distruggere il nemico con la spada, ma salvare, medicare e proteggere le creature più deboli e reiette dell’Oltretomba. La “cura” e l’empatia vengono sottratte alla sfera della passività domestica per diventare armi di sovversione politica contro il nichilismo diventando un atto di resistenza radicalizzata.
La Wonder Woman della Golden Age lottava per affermare il diritto delle donne di uscire dalla sfera privata e fare il loro ingresso nella società civile degli uomini. Absolute Wonder Woman affronta una forma di solitudine ancora più ancestrale: l’assenza totale di una rete di supporto. Il suo percorso in Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone è la ricostruzione da zero di una nuova forma di “sorellanza”, non più basata sulla consanguineità biologica delle Amazzoni tradizionali, ma sull’alleanza etica tra tutti gli esseri oppressi incontrati lungo il cammino.
La grammatica visiva di Hayden Sherman

Il comparto grafico affidato ad Hayden Sherman (con i colori acidi, saturi e atmosferici di Jordie Bellaire) segna uno dei punti di svolta più netti dell’intera operazione Absolute Wonder Woman, creando un affascinante cortocircuito visivo se messo a confronto con le tavole originali di Harry G. Peter.
Il disegno di Harry G. Peter negli anni 40 era fortemente influenzato dall’illustrazione editoriale dell’Art Nouveau e dal vignettismo satirico dell’inizio del Novecento. Le sue tavole presentavano figure sottili, un tratteggio elegante ma spesso rigido, e una rappresentazione di Wonder Woman che univa la grazia stilizzata delle edizioni storiche al costume d’ispirazione classica (il bustino rosso con l’aquila dorata, la gonnellina e poi i pantaloncini blu a stelle bianche). La Themyscira di Peter era un trionfo di colonne d’ispirazione dorica, giardini rigogliosi e architetture armoniose.
Hayden Sherman recupera la grazia decorativa ma gioca con elementi di contrasto molto netti iniziando dal look di Absolute Wonder Woman che veste un’armatura composita, pesante, assemblata con pezzi di metallo brunito, cuoio consumato e stoffe grezze che mostrano i segni del tempo e della lotta. Il suo corpo è alto, possente, segnato da muscoli tesi e cicatrici, fuggendo da qualsiasi concessione allo sguardo voyeuristica o alla levigatezza del classico disegno da pin-up. La chioma non è una piega fluida e perfetta, ma una massa d’ombra scura e ribelle che reagisce dinamica ad ogni movimento dell’eroina.
In luogo del minuscolo stiletto o del celebre Lasso della Verità concepito come un sottile cavo dorato, la Diana di Sherman impugna una spadone di proporzioni gargantuesche – una lama grezza che rievoca le armi della tradizione dark fantasy e dello shonen manga – e utilizza una versione del lasso che assomiglia più a una catena incandescente di energia primordiale e magica. L’uso di quest’arma esprime fisicità, sforzo e impatto: ogni fendente disegnato da Sherman taglia la vignetta con linee nere pesanti e campiture d’ombra piene.
Per quanto riguarda la costruzione della tavola, Sherman sfalda la gabbia tradizionale a favore di composizioni asimmetriche, inquadrature audaci e splash page che accentuano le proporzioni gargantuesche del villain che Diana affronta. La palette cratonica orchestrata da Jordie Bellaire abbandona i colori primari (rosso, blu, giallo) tradizionalmente associati al personaggio a favore di toni violacei, neri pece, verdi acidi e arancioni fiammeggianti. Quando il rosso del vestito o l’oro della magia di Diana appaiono sulla pagina, non sono campiture riposanti, ma vere e proprie esplosioni cromatiche che squarciano l’oscurità dei fondali.
Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone: i paradigmi narrativi e simbolici

Tradizionalmente, Wonder Woman assumeva il ruolo di ambasciatrice di pace inviata nel “Mondo degli Uomini” per sconfiggere la minaccia fascista e insegnare l’ideale dell’armonia sociale; Absolute Wonder Woman agisce invece come una sopravvissuta e una protettrice degli ultimi, la cui missione fondamentale è la salvaguardia dell’umanità e della vita di fronte all’avanzata di una distruzione cosmica e incontrollata.
In questo confine si gioca il rapporto fra identità e autodeterminazione. Wonder Woman rivendicava con orgoglio e consapevolezza la propria appartenenza al popolo delle Amazzoni e il proprio titolo di principessa, facendone la base della propria autorevolezza morale. In Absolute Wonder Woman 1 – L’ultima Amazzone la parola “amazzone” diventa invece un tabù linguistico proibito alla protagonista, trasformando l’identità da titolo ereditato a conquista etica costruita esclusivamente attraverso le azioni.
La dominazione patriarcale cede il passo ad un femminismo contemporaneo e militante. L’interpretazione della Thompson e di Hayden Sherman declina l’istanza femminista nella riappropriazione dell’azione, nella difesa degli ultimi e nella creazione di una sorellanza intersezionale e comunitaria che nasce direttamente dall’esperienza diritte e condivisa.
