Un uomo è seduto in una cucina come tante di una casa come tante. È solo, segnato da un’espressione sommessa, mentre si confessa a noi spettatori. La frase della (sua) voce fuori campo è semplice e perentoria: “Ho ucciso mia moglie”. Siamo subito complici di un gesto estremo. Un gesto che il nostro protagonista (Paolo Marra) vuole pagare senza rinnegare le sue colpe. Così, eccolo recarsi in un commissariato dove vuole costituirsi. Da qui ha inizio un labirinto degno del mitico gioco Snake per Nokia, perché Paolo Marra non riesce a farsi arrestare da un sistema vittima della sua stessa, ridicola burocrazia. Una storia tragicomica, che sembra spuntata da un rapporto epistolare tra Pirandello e Kafka. L’apoteosi dell’assurdo che si avvinghia con amara ironia a tutte le piccole, grandi contraddizioni della nostra miserabile esistenza. Parte così Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis Maino (scritto a sei mani con i fratelli D’Innocenzo) presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (nella sezione Venezia Spotlight), arrivato in sala il 10 settembre.

Qui al Lido abbiamo avuto l’opportunità di intervistare sia il regista che gli sceneggiatori, cercando di esplorare i retroscena di un film italiano così cinico e insolito per il nostro cinema. Un film che incarna a meraviglia il concetto di “high concept”, ovvero basato su un’idea talmente forte che puoi riassumere in poche parole. Noi, per descrivere Serpenti, useremmo questo: “Se Canto di Natale di Dickens fosse ambientato in una stazione di polizia”. Perché sì, alla fine anche questa è una storia di fantasmi.
Un titolo sfuggente

Partiamo dal titolo del film. Una delle cose più interessanti di Serpenti è la “non limpidezza” del suo titolo. Non si capisce bene perché i film si intitoli così. Qual è la vostra interpretazione del titolo e quanto avete volutamente ricercato di lasciare libera l’interpretazione del pubblico?
Damiano D’Innocenzo: “Sai, io credo che il dubbio sia l’elemento principale della fantasia e qua di fantasia ne abbiamo usata moltissimo. Il titolo vive anche di una sua reticenza, voluta, cercata, condivisa. Quindi Serpenti lo trovo coerente con il saltellare su e giù del film e credo che la sua ambiguità sia anche la sua bellezza, la sua caratteristica principale”.
Roberto De Paolis Maino: “Sì, abbiamo valutato tanti titoli, quindi la cosa divertente è stata tirare fuori tante opzioni bellissime. Forse Serpenti è quello che a un certo punto ha vinto, un po’ in sordina, schiacciando anche altri che a me convincevano di più. È un titolo serpentesco visto che si è insinuato e ha sconfitto gli altri con le armi del serpente. Quindi con meschinità e con malizia”.
Il film mi ha ricordato molto Canto di Natale di Dickens, visto che il protagonista incontra tre personaggi simili a fantasmi legati al passato, al presente e al futuro. Era un riferimento voluto o inconsapevole?
Fabio D’Innocenzo: “No, sinceramente non ci abbiamo pensato. Però ti dico che quando un film apre a tante interpretazioni e significati, vuol dire che è pieno di spunti. È un film vivo. È come il mondo. Un esempio: quando cammini per strada, non puoi cogliere tutti i riferimenti che ci sono in giro, perché siamo pieno di input decodificare. Però qualcosa per forza di cose di colpisce e ti attraversa. Ecco, per Serpenti la principale ispirazione è stata la vita. La vita e le sue piccole sconfitte quotidiane piene di frustrazione di cui siamo tutti complici“.
Dentro un non-luogo

Serpenti è un film molto teatrale, visto che è tutto ambientato all’interno di spazi chiusi. Ho notato una grande cura nella caratterizzazione degli spazi, che raccontano senza dire niente. Come avete lavorato sul potere narrativo della scenografia?
Roberto De Paolis Maino: “Allora, quando abbiamo iniziato a preparare il film, io avevo pensato che bisognava creare un luogo senza tempo. Così è nato il commissariato, un posto molto indefinito, con un’anima molto liquida, melliflua, ambigua. Un luogo che potesse restituire un po’ l’idea che poi scorre nel film, che nessuno prende posizione, che nessuno interviene veramente, che nessuno eventualmente condanna quest’uomo. Un luogo che riflettesse una sorta di sospensione del giudizio e che si lega anche a un fatto della realtà quotidiana che noi, soprattutto noi tre, viviamo tutti i giorni a Roma. Piena di questi luoghi dove sembra che non ci sia nessuno, dove ci sono questi corridoi vuoti, dove tutti hanno da fare ma in realtà nessuno fa niente. Tipici posti proprio di Roma, che oggi si è tradotta in una follia. Una specie di tritacarne burocratico. Ecco, con Serpenti ci interessava quel mondo lì e l’abbiamo raccontato soprattutto attraverso gli spazi“.
Come avete gestito la sceneggiatura e la scrittura a sei mani?
Damiano D’Innocenzo: “La scrittura è qualcosa che appartiene al privato. È qualcosa di intimissimo, eppure è la prima cosa che poi viene condivisa, soprattutto se è una scrittura ben riuscita. Questo è un copione che ha iniziato dieci anni fa, eppure Roberto, quando l’ha presa in mano, è riuscito a non farla mai percepire come datata. Credo che l’unico modo per scrivere bene questo film fosse guardare lo specchio della realtà, osservare quanto la luce fosse brutta, e non nascondere quella bruttezza. I film scritti bene sono quelli che non rinunciano alla possibilità di essere mascherati subito come buoni o brutti. E dopo un secondo, appena vedo questo film, dico è bello, non può essere altrimenti“.

Secondo voi Serpenti è un film facilmente esportabile e con una vocazione internazionale? Perché nel suo essere universale, credo possa andare molto oltre gli argini del cinema italiano…
Fabio D’Innocenzo: “Assolutamente sì. Immagina questo film fatto in India, fatto in Olanda, in Belgio, in Nord America. È un film che non appartiene alla tradizione italiana di come si concepisce un film. Perché è una sorta di commistione. Da una parte è coerente con gli altri due bellissimi film precedenti di Roberto, che erano molto reali e radicati nel cemento. Dall’altra, però, si affida a una scrittura psichedelica, bizzarra, inquinata, quasi stordita, quasi ubriaca. E quindi questa strana miscela ha dato vita a un film che sembra proprio nato da una cinematografia straniera. Se ci pensi, anche con il discorso su questi non-luoghi liminali, un po’ alla Backrooms, ci conferma l’universalità di un film del genere. Quindi, se Backrooms ha incassato un miliardo, noi faremo un miliardo e mezzo. Anche perché noi abbiamo un Borghi in più”.
