Portare Frankenstein sullo schermo è sempre stata un’impresa rischiosa. Ogni regista che ci ha provato ha dovuto confrontarsi con un esercito di puristi pronti a difendere il romanzo gotico di Mary Shelley da qualsiasi contaminazione. Guillermo Del Toro, dopo anni di attesa, ha finalmente realizzato il suo sogno firmando un adattamento per Netflix che porta tutta la sua inconfondibile estetica dark. Ma proprio quando sembrava di aver superato l’ostacolo più difficile, è arrivata la tempesta: il finale del film ha scatenato una polemica che ancora divide il web. Il regista messicano ha preso delle libertà creative significative rispetto al materiale originale. La prima scelta controversa riguarda l’ambientazione temporale: Del Toro sposta gli eventi agli anni Cinquanta dell’Ottocento, un periodo in cui Mary Shelley era già morta e il romanzo già pubblicato da decenni. Questa decisione ha fatto storcere il naso a molti fan che vedevano nella fedeltà cronologica un elemento essenziale della narrazione. Ma la vera miccia che ha innescato il dibattito è arrivata con i titoli di coda.
La frase che chiude l’agonia di Victor Frankenstein e della sua Creatura recita: “Il cuore si spezzerà e tuttavia continuerà a vivere spezzato”. Una citazione poetica e potente che sembrerebbe perfetta per suggellare la tragedia del Moderno Prometeo. Il problema è che quella frase non appartiene a Mary Shelley, ma a Lord Byron, poeta e amico del marito della scrittrice. I versi provengono da “Childe Harold’s Pilgrimage”, un lungo poema narrativo che Byron pubblicò a puntate tra il 1812 e il 1818. La reazione del pubblico è stata immediata e indignata. Come può un film che si presenta come adattamento del capolavoro della Shelley chiudersi con le parole di un altro autore? Dove è finito l’omaggio alla madre di Frankenstein, alla donna che ha creato uno dei personaggi più iconici della letteratura mondiale? Le critiche si sono moltiplicate sui social network, con fan che accusavano Del Toro di aver mancato di rispetto all’autrice originale proprio nel momento più importante del film.

Eppure, scavando più a fondo, la scelta di Del Toro rivela una coerenza narrativa e tematica tutt’altro che casuale. Il riferimento a Byron non è un errore ma una stratificazione di significati che si collegano perfettamente sia alla Creatura che al suo creatore. Nel suo poema, Byron racconta la storia di Harold, un uomo stanco del lusso che parte alla ricerca di se stesso attraverso un lungo viaggio in Europa. Durante questo pellegrinaggio, Harold rimane folgorato dalla bellezza dei paesaggi ma inorridito dalle guerre che li deturpano. Il parallelismo con Victor Frankenstein è quasi immediato. Byron costruisce un ritratto di un uomo egocentrico, infantile, perso nella propria malinconia, caratteristiche che descrivono alla perfezione lo scienziato ossessionato dalla propria creazione. Ma non è solo Victor a rispecchiarsi in quei versi: anche il Mostro, in un modo differente, incarna quel cuore spezzato che continua a battere nonostante tutto, quella creatura che non smette di esistere anche quando l’esistenza stessa diventa un tormento.
Ma c’è un livello ancora più profondo in questa scelta, un omaggio nascosto che molti critici frettolosi hanno completamente mancato. Mary Shelley era l’unica donna in un circolo di giganti letterari dominato da figure maschili come Byron e Percy Shelley. Viveva circondata da uomini che si atteggiavano a geni, che giocavano a fare Dio con le loro parole e le loro idee, che si sentivano legittimati a plasmare il mondo secondo la propria visione. La poesia di Byron, con tutto il suo egocentrismo e la sua autocompiacenza, diventa così una satira perfetta di quel mondo maschile. Mary Shelley conosceva bene quei versi e li aveva probabilmente letti con occhio critico, vedendoci riflesso proprio quel tipo di uomo arrogante che avrebbe poi incarnato nel suo Victor Frankenstein. Usare Byron per chiudere il film non è tradire la Shelley, ma amplificare il suo messaggio: mostrarci quanto fossero ridicoli quegli uomini che si credevano creatori, demiurghi capaci di sfidare le leggi naturali.

Del Toro, in sostanza, sta facendo esattamente quello che faceva Mary Shelley due secoli fa: utilizzare la cultura maschile del suo tempo per sovvertirla, per mostrarne le contraddizioni e le debolezze. Il regista messicano dimostra di aver compreso non solo la trama del romanzo, ma anche il contesto culturale in cui è nato, le dinamiche di potere che lo hanno generato, la sottile ribellione che Mary Shelley nascondeva tra le righe della sua storia gotica. La polemica, quindi, nasce da una lettura superficiale che si ferma alla superficie della citazione senza scavare nelle sue implicazioni più profonde. Certo, sarebbe stato più semplice e meno rischioso chiudere con una frase della Shelley stessa, ma Del Toro ha scelto la strada della complessità, quella che richiede al pubblico di fare un passo ulteriore, di andare oltre la reazione istintiva per cogliere i livelli multipli di significato.
Intanto, al di là delle controversie, il film sta ottenendo numeri importanti su Netflix. I primi giorni di streaming hanno mostrato dati esaltanti, confermando che il pubblico è comunque affascinato dalla visione dark e gotica che Del Toro porta sullo schermo. La domanda ora è se il dibattito sul finale contribuirà ad aumentare la curiosità intorno al film, spingendo anche gli scettici a verificare di persona quella scelta così discussa. La controversia sul finale di Frankenstein dimostra ancora una volta quanto sia difficile adattare un classico della letteratura senza scontentare nessuno. Ma forse è proprio questo il punto: un’opera che non genera discussione, che non provoca reazioni forti, rischia di essere dimenticata nel giro di pochi giorni. Del Toro ha scelto di essere fedele alla complessità tematica del romanzo più che alla sua lettera, e questa scelta coraggiosa ha acceso un dibattito che va oltre il semplice giudizio estetico per toccare questioni di interpretazione letteraria, fedeltà autoriale e strategie narrative.

Che si sia d’accordo o meno con la scelta del regista, una cosa è certa: quella poesia di Byron ha fatto esattamente quello che doveva fare. Ha scosso il pubblico, ha generato conversazioni, ha costretto gli spettatori a interrogarsi sul significato profondo della storia. E forse, alla fine, è proprio questo che Mary Shelley avrebbe voluto: non un adattamento passivo e reverenziale, ma un’opera che continua a far discutere, a provocare, a far riflettere sulla natura dell’ambizione umana e sui pericoli di chi si crede dio.


