X

Non si può certo dire che Alejandro González Iñárritu sia un regista poco ambizioso. Nel vero senso del termine: ha sempre cercato di sfidare i limiti del mezzo per dare vita a una visione complessa e monumentale. Lo ha dimostrato con Birdman (2014): capolavoro di forma girato in un unico (finto) piano sequenza su un attore alla ricerca della sua identità artistica. Poi, con The Revenant (2015): un vero precursore della realtà virtuale per come la conosciamo noi ora. Titoli che gli hanno fatto vincere due Oscar consecutivi per la miglior regia (traguardo raggiunto prima solo da Joseph L. Mankiewicz). E infine, il suo 8½, Bardo (2022): un autentico flusso di coscienza surreale e autobiografico che mescolava memoria storica e (ancora una volta) la crisi di un’artista.

In tutti questi film l’ambizione ha quasi sempre sfiorato l’eccesso, talvolta spingendo il regista messicano a fare il passo più lungo della gamba e ad attirare a sè non poche critiche. Ad ogni modo, possiamo affermare che neanche in Digger (in sala dal 1º ottobre con Warner Bros.) Iñárritu abbia contenuto le sue ambizioni. Anzi, ha persino alzato la posta in gioco, non solo nel linguaggio, ma anche nel voler sfidare le aspettative dello spettatore, interrogandolo sul contemporaneo e sul modo in cui lo guardiamo. Con un Tom Cruise incredibile (senza dubbio tra le migliori performance della carriera), protagonista di una vera parabola di scomposizione dell’icona, Digger è, sulla carta, un azzardo che ha tutti gli ingredienti per floppare (e flopperà). Nella realtà, invece, è una delle opere più spiazzanti degli ultimi anni. Un qualcosa di mai visto prima.

Una farsa contro la follia dei potenti

Digger
Digger, un’immagine del film (Warner Bros.)

Sin dalle premesse, Digger è stato più volte accostato a Il Dottor Stranamore. Ed effettivamente è un paragone che regge: entrambi usano il registro della farsa per attaccare la stupidità, la follia e l’arroganza dei potenti. Con la differenza che qui, al posto della minaccia della distruzione atomica durante la Guerra Fredda, c’è un altro problema. Digger Rockwell (Tom Cruise) è un magnate del petrolio, miliardario, che condivide l’impero con sua sorella (Sandra Hüller sempre più al centro di progetti imponenti). Un giorno, un’esplosione in un impianto di trivellazione (e qui arriviamo a Il Petroliere) provoca la separazione di un iceberg – grande quattro volte Washington – diretto verso l’Europa. Il rischio è una crisi ambientale devastante. Da qui, la corsa contro il tempo. Come nel film di Kubrick, l’occhio entra nelle stanze del potere: governi che si riuniscono (grandissimo John Goodman nei panni di presidente USA smaccatamente riferito a Trump) senza prendere decisioni, scienziati (uno di questi, Riz Ahmed) che provano a spiegare quanto sia grave la situazione – e che puntualmente non vengono ascoltati.

Digger si sviluppa dunque su più livelli. Il primo è quello della satira sociale e politica, con al centro il cambiamento climatico (e oltre Il Dottor Stranamore e Il Petroliere l’altro riferimento è Don’t Look Up). Per Iñárritu il bersaglio è evidente: potenti, miliardari e leader incapaci di affrontare situazioni delicate. Tutti presi in giro, senza eccezioni, con un’ironia mai stata – al cinema – così esplicita, scomposta, feroce, urlata, sfrontata, diretta e che colpisce prima di tutto il corpo: uomini egocentrici, megalomani, sicuri di sé e allo stesso tempo goffi, deformati, ridicoli nei gesti e nel modo di stare al mondo. Il regista messicano non fa sconti a nessuno, quindi. Eppure, il racconto non si ferma qui: la satira risulta alla fine l’anticamera di un film che, a un certo punto, comincia a prendere una direzione totalmente inaspettata.

Anatomia di una disfatta

Digger
Digger, un’immagine del film (Warner Bros.)

E arriviamo al fatidico punto di svolta che Warner ha voluto tenere custodito nel suo cassetto – e no, non si tratta di un musical. Ovviamente non vi anticipiamo troppo per evitare di rovinarvi l’esperienza (anche se i più attenti potranno accorgersene sin dal primo frame), però da questo momento Digger ribalta totalmente il suo sguardo, e la satira sulla crisi climatica smette di essere al centro di tutto. O meglio, la prospettiva da cui la si guarda cambia: Iñárritu non parla più soltanto di un mondo allo sbando, ma della responsabilità di chi lo guarda. Il regista messicano ricalca dunque le orme dei suoi Birdman e Bardo, per portare avanti una riflessione su cosa cerchiamo, in quanto pubblico, in un’opera, cosa pretendiamo da chi la realizza e cosa siamo disposti a vedere davvero, fino a un epilogo raggelante che non lascia sconti a nessuno.

Ed ecco allora l’incrocio tra Digger e Joker: Folie à Deux: due film nati dallo stesso studio, sulla carta calcolati per raggiungere una fetta di pubblico ampia, che però utilizzano volutamente questo loro status di “evento” per ribaltare le aspettative che li accompagnavano sin dall’inizio. Due blockbuster d’autore che osano, provocano, spiazzano e non rassicurano nessuno. E che contengo soprattutto una quantità di trovate folli, bizzarre, geniali e straordinarie (letteralmente: fuori dall’ordinario) sia sul piano visivo – meravigliosa la fotografia di Lubezki, impreziosita dal VistaVision – che narrativo.

Scomposizione di un’icona

Digger
Tom Cruise in Digger (Warner Bros.)

Eppure, in questa follia Iñárritu è bravissimo nel non perdere mai il controllo. Sa esattamente dove vuole andare e ogni scelta finisce per avere un posto preciso nel quadro. Ma, nonostante ciò, Digger sarà destinato a compiere lo stesso percorso del film di Phillips e a uscire quasi completamente dai radar per la stagione dei premi (anche per la categoria miglior attore, dove Malkovich resta il favorito indiscusso). Una disfatta annunciata, una scommessa persa in partenza, insomma. Ma una di quelle a cui bisogna in qualche modo dedicare il proprio tempo, anche solo per vedere un Tom Cruise fuori dai canoni a cui ci ha sempre abituati.

Sì, proprio colui che per decenni è stato uno degli ultimi divi di Hollywood. Quello si aggrappa agli aerei e si butta a capofitto nei burroni, quasi a non invecchiare mai. Ecco, qui l’icona viene completamente disintegrata e con lei l’idea stessa di divo intoccabile. Il suo Digger è patetico, trasandato (come il suo gatto), narcisista, scomposto, piegato su sé stesso e senza una minima componente eroica. E per l’appunto lo è anche il film: sguaiato, eccessivo e a tratti persino sgradevole. Eppure, quanta libertà cinematografica, quanta potenza nelle immagini, quanto coraggio.

Condividi.

Classe 2003, si appassiona al cinema grazie ai film di Alfred Hitchcock. Dal 2023 è collaboratore delle testate ScreenWorld e CinemaSerieTv del portale Digital Dreams, e dal 2025 comincia a scrivere sul rinnovato sito di BadTaste. Laureato in Economia dei beni culturali con un Master in Management dell'audiovisivo, cerca sempre di essere a attento a tutto ciò che ruota attorno al mondo del cinema, con una particolare dedizione verso i meccanismi che regolano il mercato e l'industria cinematografica.