Niente trincee, nessuna bomba, solo piatti da assaggiare per proteggere Hitler da eventuali avvelenamenti. La guerra è vissuta a tavola, tra pietanze prelibate, rigore e un malsano galateo. È questo l’orrore sottile che attraversa Le assaggiatrici, il film di Silvio Solidini (tratto dall’omonimo romanzo di Rosella Pastorino) che non smette di raccogliere pubblico e consensi. Il viaggio di questo film è partito più di un anno fa, a marzo del 2025 (quando fu presentato al Bifest di Bari), per poi diffondersi tramite un passaparola inarrestabile. Un’ascesa spontanea, che ha reso Le assaggiatrici uno dei casi più virtuosi del cinema italiano recente. Quello capace di rischiare con scelte insolite, tanto coraggio e voglia di portare in scena una storia senza compromessi.
Le assaggiatrici, infatti, è un film italiano (co-prodotto con Svizzera e Belgio), ma recitato in lingua tedesca. Il tutto con un’impostazione estetica e uno stile visivo molto lontano dal rassicurante canone del cinema italiano. Un rischio premiato con 3 David di Donatello, oltre 3 milioni di euro di incassi e soprattutto una vita lunghissima, che tanti mesi dopo la sua uscita sta portando il film ancora in giro per arene estive e festival. Tra loro c’è anche l’Ischia Film Festival, che in questa ventiquattresima edizione ha invitato Soldini per assegnarli un Premio alla Carriera. È stata anche una grande occasione per chiacchiera col regista sui motivi di questo successo e sul dietro le quinte di una produzione ambiziosa. Ecco cosa ci ha raccontato qui sull’isola campana.

Le assaggiatrici è un film dedicato a un microcosmo femminile costretto a vivere una situazione surreale. Le protagoniste sono l’ennesimo tentativo di esplorare le donne nel suo cinema. Come mai è così affascinato dai personaggi femminili?
In questo il primo elemento che mi ha incuriosito e attratto è stato proprio il romanzo di Rosella. Un libro capace di farti entrare nella prospettiva di una giovane donna di ventisei anni che si ritrova in una situazione da un lato surreale, dall’altro drammatica, tragica. Tra l’altro il libro è scritto in prima persona, visto che è lei che parla e racconta. Col film ho cercato di immedesimarmi un po’ in lei senza poter usare la prima persona, visto che siamo al cinema, non dentro un romanzo. Certo, si può sempre usare la voce fuori campo, infatti ogni tanto nel film ogni tanto la utilizziamo, ma non volevo abusarne. Così ho cercato di essere vicino a Rosa (la protagonista) tutto il tempo e iniziare a vedere le cose attraverso i suoi occhi.
Ovviamente parte del fascino viene dalla storia vera alla base del romanzo. Il fatto che tutto sia venuto alla luce grazie alla confessione di Margot Wölk, la donna che ha raccontato questa vicenda surreale poco prima di morire, mi sembrava una cosa molto bella e forte da raccontare. Era una storia che poteva anche risuonare nelle nostre menti oggi, senza risultare relegata solo e soltanto al passato. Poi c’è un terzo motivo, sempre legato alla sfera femminile: qui non parliamo solo della protagonista Rosa, ma di sette donne interessanti. Sette personaggi tutti molto belli, che ho trattato come se fossero tutte protagoniste.

Le assaggiatrici è stato un grande successo di critica e pubblico. Un’ondata di affetto e stima che non sembra avere vogli di attenuarsi. Sinceramente, lei si aspettava questo riscontro?
Sinceramente, no. Non me l’aspettavo, sia perché è un film abbastanza sorprendente nella mia filmografia, sia perché è ambientato nel 1943, ed è recitato in tedesco con attori tedeschi. Le assaggiatrici è stata proprio una scommessa, e ogni tanto (per fortuna) si riescono a vincere le scommesse anche in questo campo. Sai, credo che sia un momento particolare per il cinema. Avverto che oggi la gente ci va solo quando capisce che c’è qualcosa di particolare da vedere. Pensaci, negli ultimi tre o quattro anni ci sono stati tanti film che sulla carta non avevano potenzialità, e invece hanno sorpreso. Penso al successo inaspettato de Le città di pianura o a Gioia Mia, film con poco budget e senza attori di richiamo nel cast, che invece hanno conquistato pubblico attraverso un sano passaparola.
Ecco, forse, il pubblico del cinema sta diventando più esigente, nella misura in cui richiede qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbia già visto, qualcosa che lo possa colpire. E quindi è giusto fare delle scommesse ogni tanto.
Uno degli aspetti più affascinanti del film è il lavoro sottile fatto sulla paura. La guerra è sempre fuori campo, quindi il film si sofferma su un sentimento di terrore più subdolo che serpeggia tra le protagoniste. Come ha gestito questo elemento così sfumato?
Vero, ma credo che la paura sia soltanto uno dei temi del film. Non è il tema principale del film. Certo, all’inizio il terrore e la paura sono sempre in campo quando le ragazze sono a tavola, ma poi, col passare del tempo, queste donne si abituano a questa cosa. Ecco, il film parla soprattutto di questo: ci si abitua a tutto. Il genere umano è fatto così, dotato di un senso di sopravvivenza tale da sopportare qualsiasi cosa, portandoti anche all’assuefazione al dolore. Ed è qui che arriva, credo, uno dei motivi del successo del film. Questa abitudine all’orrore ci riguarda tutti, ci tocca tutti. È un’emozione che ha a che fare anche con quello che stiamo vivendo nella nostra storia e solo qualche anno fa ci sembrava lontano, forse impossibile. Adesso tutti noi ci stiamo abituando all’orrore, e questo è un problema.

Fin dal trailer, il film ha avuto un impatto particolare sul pubblico. Molte persone hanno reagito dicendo: “Questo non sembra il classico film italiano”. Al di là della recitazione e del casting tedeschi, come avete lavorato sull’impostazione estetica de Le assaggiatrici? Visto che ha davvero un “look” molto internazionale, da cinema europeo.
Abbiamo cercato di trovare un compromesso. Da una parte volevo che il film fosse molto credibile, dall’altra ho cercato anche un’estetica molto precisa. E qui abbiamo lavorato tantissimo soprattutto con Renato Berta alla fotografia, con Paola Bizzarri alle scenografie, con Marina Roberti ai costumi, al trucco con Esmè Sciaroni al trucco (che poi è stata anche premiata ai David, finalmente, dopo tanti anni). Quindi c’era una base di verità, che abbiamo cercato recuperando vecchie fotografie d’epoca, soprattutto del mondo contadino visto che siamo in un villaggio. Poi, su questa base di verità, abbiamo arricchito tutto con la poesia del cinema e una certa ricercatezza visiva, curando tantissimo i dettagli.
Chiudo con una domanda al Silvio Soldini “spettatore”. Visto che prima parlava di bisogno di sorpresa da parte del pubblico, le chiedo qual è stato un film recente che l’ha sorpresa.
Ora che ci penso, ti direi La zona di interesse. Prima di tutto racconta una storia che solo il cinema poteva raccontare in quel modo. E lo fa con una potenza magnifica, giocando sia con le immagini che con il sonoro. Poi, curiosamente, tante persone mi hanno fatto notare che ci sono delle lontane somiglianze tra quel film e Le assaggiatrici, visto che entrambi i film lavorano tanto sul fuori campo, dando valore e peso soprattutto a quello che il pubblico non vede su quello schermo. Elementi che rimangono in sottofondo, ma riescono comunque a essere potenti.
