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Ci sono punti di non ritorno nella storia del cinema; momenti in cui un’immagine diventa talmente iconica da essere imitata nei secoli successivi, mentre altri, invece, in cui un genere raggiunge il livello qualitativo degli altri. E il Marvel Cinematic Universe, gestito dal 2008 da Kevin Feige, con il capitolo conclusivo della saga dell’infinito, ci entra di diritto nella storia con Avengers: Endgame. Il film che più di cinque anni fa terminò il viaggio cinematografico iniziato con Iron Man torna al cinema con nuove scene aggiuntive in attesa di vedere come proseguirà l’eredità dei vendicatori che sconfissero Thanos.

Anche se gli anni sono passati e la qualità dei kolossal supereroistici è andata a calare rimane difficile dimenticare gli archi narrativi e le vette che i fratelli Russo regalarono al grande pubblico nel 2019. Avengers: Endgame rimane, nonostante gli ultimi progetti MCU e nonostante le critiche, uno dei film più importanti del genere supereroistico e della storia del cinema in generale. Ecco quali sono gli elementi che rendono ancora oggi il film dei fratelli Russo un capolavoro assoluto.

Avengers: Endgame, il culmine di un immenso progetto

Tony Stark
Tony Stark (Iron Man) in una scena del film, fonte: Marvel Studios

Va detto subito e senza esitazione; Avengers: Endgame è la conclusione di un progetto narrativo di undici anni e di ben ventidue lungometraggi, a cominciare da Iron Man di Jon Favreau, che fu uno dei più grandi successi del 2008. Non è mai scontato affrontare questo argomento, poiché spesso molti franchise partono benissimo con i primi capitoli e poi perdono tutta la loro profondità una volta arrivati alla conclusione nel cinema post-moderno. Pensiamo per esempio alla saga di Narnia, portata sullo schermo nei primi anni duemila; dopo i primi due spettacolari atti diretti da Andrew Adamson la saga perde la sua magnificenza con l’ultimo capitolo di Micheal Apted. Ebbene, questo non è il caso del Marvel Cinematic Universe, che con Avengers: Endgame ci regala un continuo crescendo di emozioni generate dall’appartenenza che lo spettatore sente nei confronti dei singoli vendicatori.

Ogni personaggio introdotto dal primo film in poi, ogni relazione tra di loro e ogni evento importante della cosiddetta “Infinity Saga” trova un punto di arrivo: tutte le storie si intrecciano l’una con l’altra e le vicende di primi vendicatori culminano delle conclusioni che sono emotivamente coerenti. Ogni punto di arrivo è perfettamente in linea con quanto è stato raccontato fino a quel momento, a cominciare dalla seducente Vedova Nera di Scarlett Johansson, che abbiamo imparato a conoscere come una misteriosa spia della Guerra Fredda e che finisce per essere uno dei personaggi con cui gli spettatori si riconoscono maggiormente. O per fare un altro esempio come non dimenticare Occhio di Falco, interpretato da Jeremy Renner? Lo abbiamo visto per la prima volta a Kenneth Branagh; egli viene presentato come un semplice killer al servizio dello Shield e finisce per diventare un personaggio più carismatico e complesso di quanto si pensi. O ancora meglio il primo vendicatore interpretato dal mitico Chris Evans; un giovane soldato americano rimasto congelato per anni e che continua a servire il suo paese guidando contro il male personaggi bizzarri agli occhi dei cittadini newyorkesi.

Abbiamo tanti personaggi che si incontrano, che si evolvono assieme che collaborano per colmare le ferite che affliggono il loro animo. Insomma, l’ultima fatica supereroistica di Joe e Anthony Russo, la fine dei giochi della guerra contro il titano pazzo, dimostra così la grande capacità di una produzione e di un team di artisti nel costruire una storia e, inoltre, a ripagare l’attesa del pubblico con un crescendo di pathos e di avvenimenti mai visti prima nella storia dei blockbusters.

Unione di spettacolo e umanità

Il casco di Iron Man
L’elmo di Iron Man, fonte; Marvel Studios

Quando qualcuno pensa al genere supereroistico gli vengono subito in mente i classici combattimenti tra buoni e cattivi, tra eroi e nemici, tra alieni e devianti. Ma non si pensa spesso alla sostanza alla base. Già nel 2012, con l’uscita di The Avengers, Joss Whedon ha dimostrato che può esistere un crossover di supereroi fatto però anche di introspezione e di emozione che va ben oltre il semplice intrattenimento fatto di poteri e scontri. La lezione viene ripresa e migliorata dai fratelli Russo, prima con Capitan America: Civil War, offrendo agli spettatori la tragedia dei vendicatori subordinati al governo, e poi con i due monumentali atti finali della storia, in cui le storie dei vendicatori vanno ad intrecciarsi con quelle dei Guardiani della Galassia.

Non è un caso che il capitolo finale della saga dell’infinito duri poco più di tre ore, perché dietro gli effetti speciali realizzati coi milioni c’è una storia che parla di perdita, del fallimento e della necessità di andare avanti. Il film comincia mostrando un universo sconfitto e personaggi devastati dal loro fallimento per colpa di Thanos. Quindi, di conseguenza, il ritorno in azione dei vendicatori rappresenta il cammino dell’espiazione per tutti i possibili errori che sono stati commessi prima. Infatti, gli Avengers non vengono rappresentati semplicemente come figure invincibili chiamate ancora una volta a salvare il mondo, bensì individui segnati da ciò che hanno vissuto e dai cari che hanno perso. E questa era la scelta migliore da prendere per un blockbuster indirizzato al pubblico più vasto possibile, perché le azioni degli Avengers portano i personaggi a compiere le loro gesta definitive, le quali arrivano a trasformare il film in un vero e proprio kolossal.

In questo caso viene ripresa la lezione di un altro grande maestro, ossia Sir Christopher Nolan. Il regista britannico, infatti, ci insegna che usare concetti in un blockbuster aiuta il pubblico ad empatizzare maggiormente con la storia; forse questo è il modo migliore per fare cinema in un periodo in cui l’autorialità viene etichettata come sottogenere di scarsa potenza, perché quando l’autorialità viene inserita all’interno di un genere che il pubblico può seguire più facilmente la spettacolarità raggiunge delle vette emotive proprio come tutto il terzo atto di Endgame.

Un evento cinematografico irripetibile

Avengers uniti
Steve Rogers (Captain America) in una scena del film, fonte; Marvel Studios

Non è mai scontato ribadirlo di questi tempi della tecnologia che avanza velocemente: la magia della settima arte si vive solo ed esclusivamente in una sala cinematografica. Uscito in un’epoca in cui il rapporto tra gli spettatori e le produzioni è diventato complesso con l’avvento delle piattaforme streaming, Avengers: Endgame rappresenta un fenomeno particolarmente significativo per il cinema. La forza dell’opera dei Russo consiste, sicuramente, nell’aver conquistato milioni di persone e, allo stesso tempo, nel dare una ragione nel condividere collettivamente quella visione; assistere tutti insieme alla conclusione di una storia che aveva accompagnato un’intera generazione.

A differenza di altre opere fatte coi milioni negli ultimi anni, il pubblico non ha consumato il semplice prodotto d’intrattenimento, ma ha partecipato a un’esperienza come poche se ne vedono, riconoscendosi in Iron Man, in Capitan America, in Vedova Nera e in tutti gli altri personaggi e nelle immagini diventate parte della cultura pop. Un grande incasso può certamente testimoniare il successo di un film, ma spiega anche il significato culturale che esso rappresenta. Infatti, proprio come Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re e Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo, Avengers: Endgame dimostra come un blockbuster possa trasformarsi in un’esperienza condivisa, capace di suscitare attesa, discussione, commozione e anche un senso di appartenenza.

L’importanza di Avengers: Endgame nella storia del cinema non dipende solo da ciò che racconta, ma anche dal modo in cui è stato vissuto, ossia come un appuntamento collettivo, come quando il cinema viene vissuto nella sua dimensione più spettacolare, come il momento in cui la sala cinematografica è tornata a essere il luogo per eccellenza di un’esperienza comune. Ed è proprio per questo che, al di là delle controverse dichiarazioni rilasciate negli anni successivi all’uscita del film, Avengers: Endgame rimane la testimonianza della enorme capacità dei blockbusters di diventare un vero fenomeno epocale del cinema post-moderno.

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Mi chiamo Lorenzo Manca di Nissa. Nato a Cagliari il 17 agosto 2002 e da sempre un grande appassionato di cinema. Spielberg e Nolan mi hanno cresciuto e formato. Diplomato al Liceo Classico Motzo di Quartu Sant'Elena e laureato in Lettere all'Università degli Studi di Cagliari. Autore del romanzo fantasy "La Corona del Gufo".