La prima stagione di Devil May Cry, produzione animata originale tratta dall’omonimo videogioco di casa Capcom, è stata una piacevole sorpresa; una per cui valeva la pena sbracciarsi, attirare l’attenzione e provare a spiegare quali erano gli elementi vincenti della produzione.
Linguaggio, ritmo, narrazione e rilettura. Il creatore Adi Shankar attinge a piene mani dal Cavaliere Oscuro di Nolan per trasformare l’universo di Devil May Cry a suo piacimento. Non si trattava più di sconfiggere brutti e grossi demoni a suon di cinismo, battute e alti ottani di musica rock: l’interesse è tutto nel trasformare il corpo di Dante in un veicolo politico all’interno di una lotta più grande, quella degli Stati Uniti contro il mondo dei demoni.
Una parentesi politica chiara e precisa, con una realtà sociale mossa da politici senza scrupoli che non si fanno problemi a muoversi su temi ultraconservatori – quali la potenza religiosa e la protezione universale sotto l’ala di Dio – per giustificare le loro azioni nel Makai, il regno demoniaco. Ancora una volta l’obiettivo dell’esercito USA è esportare democrazia nel regno oscuro, armati fino ai denti e con deterrenti nucleari pronti da far esplodere. La metafora e la critica erano facili e forti, senza bisogno di troppi parallelismi. Ma come continuare questa operazione?
Devil May Cry 2, nei panni di Vergil

Il secondo ciclo di episodi della serie riprende esattamente da lì, da dove avevamo lasciato tutto, con la scoperta finale che il testimone – per poco – sarebbe passato nelle mani e nella katana di Vergil, fratello di Dante, protettore del Makai e sotto il controllo di Mundus, regnante del regno oscuro.
Mentre gli eserciti statunitensi e demoniaci si fanno a pezzi a vicenda, Lady deve muoversi in incognito per rubare una reliquia appartenente al gruppo dell’Arcana – oggetti mistici in grado di sconfiggere Mundus –, mentre Vergil viene mandato da Mundus stesso nel regno umano come ambasciatore per stringere un accordo.
A questo giro la trama presa in analisi, forse ve ne sarete già accorti, è quella di Devil May Cry 2 come fonte del videogioco, con l’introduzione degli Arcana, di Arius – magnate dal passato oscuro che cercherà di evocare il demone Argosax, vecchio nemico di Mundus – così da distruggere entrambi i regni e governare abbracciando il caos della morte e distruzione globale.
Il campo di battaglia tra fazioni diventa il ring perfetto dove Dante e Vergil possono darsene di santa ragione e appianare vecchie ruggini: questo è il nucleo pulsante dello show, che si sveste progressivamente della dimensione politica – ormai avviata (le multinazionali sostengono economicamente le invasioni militari per scopi politici, sociali o prettamente economici) – per abbracciare le conseguenze di chi vive la propria esistenza in bilico tra due mondi.
Dante e Vergil sono entrambi ibridi, metà umani e metà demoni: il primo è cresciuto tra noi, il secondo è stato forgiato dalle fiamme demoniache. L’amore per la loro madre e l’averla vista morire da piccoli per mano di un demone è una cicatrice che li rende entrambi profondamente umani, capaci di fare i conti con la propria natura e di scoprire che le bugie di Mundus sono più grandi di quanto possano immaginare.
A ritmo di Musica

Dove si assottiglia la dimensione politica, cresce in modo considerevole quella musicale: elemento già riconoscibile nella prima stagione, qui l’introduzione di brani specifici a fare da cornice alle coreografie di battaglie e scontri sembra uscita direttamente da un AMV dei primi anni 2000, segnando un cambio di tono netto e deciso.
Dove ci sono Dante e Vergil, la chitarra heavy metal incalza il pizzicare delle corde e la musica viene sparata ad alto volume. Ogni occasione è buona per infilarci dentro un pezzo, sempre giustificato dalla situazione: come sottolinea Dante, i due fratelli danno il meglio di sé con il giusto sottofondo.
Al contrario, nei momenti più intimi – estremamente intimi – tra Dante e Lady, le canzoni trovano un equilibrio perfetto per evocare atmosfere particolari (gli Evanescence sempre presenti) e aggiungere un ulteriore strato emotivo. Dante, in tutto ciò, non perde il suo carisma: rimane un veicolo politico che si scontra con la visione anarchica di Vergil e il totalitarismo di Arius, ma la spettacolarizzazione della trama lascia ampio spazio all’azione pura.
Un esperimento continuativo che trae la sua forza proprio dalla rilettura messa in atto: è evidente che chi porta avanti la serie conosce a fondo il materiale di partenza, e che un adattamento 1:1 non avrebbe avuto lo stesso mordente – tanta azione continua, senza sosta, con tutti i limiti tipici delle storie tratte dai videogiochi. Anche per questo secondo ciclo di episodi, la soluzione di Adi Shankar si conferma vincente: strappare, decostruire e amalgamare sotto una luce diversa, inserendo personaggi-veicolo per i propri scopi narrativi e, improvvisamente, far incastrare tutti i pezzi in modo naturale. Prodotti di tale calibro sono rari, specialmente quando riescono ad alzare l’asticella e a dimostrare non tanto che tutto si possa costruire in una inedita dimensione politica, ma che l’operazione di adattamento di un videogioco può essere brillante, se fatta con intelligenza.
